Bike the Nobel: la radio, le bici e i diritti delle donne afghane. Insieme

In Afghanistan sono le piccole cose a contribuire a cambiare una vita. O meglio: a rendere l’esistenza quotidiana più misura di uomo. E di donna, soprattutto. Perché una certa idea di integralismo culturale e religioso considera immorale e oscena l’immagine di una donna in bici.

Parlare di libertà, di diritti e pace non è una cosa astratta, in un paese dilaniato dal terrorismo. Significa fare cose straordinarie come formare una nazionale di ciclismo femminile e portare le atlete ad allenarsi, magari intorno a Kabul. E sperare magari che qualcuno in Occidente se ne accorga, lì dove la bicicletta non è tanto (e non è più) un mezzo di riscatto e mobilità sociale, ma è soprattutto uno stile di vita e uno strumento di mobilità sostenibile.

«Bike the Nobel» nasce da queste premesse, perché le cicliste afghane hanno recuperato il senso eroico della bici e hanno lanciato un messaggio di speranza e di uguaglianza che è stato raccolto dalla trasmissione Caterpillar di Rai RadioDue e “girato” al mondo della politica in cui 118 parlamentari hanno sottoscritto una petizione che è stata consegnata al Den norske Nobelkomité, il Comitato per il Nobel norvegese.

Così l’Italia ha di fatto candidato all’onorificenza (a cui “compete” anche Papa Francesco) quelle coraggiose ragazze che, come ha sottolineato Shannon Galpin, l’attivista americana che dal 2012 le sostiene, «Non fanno questo per essere rivoluzionarie, pedalano perché credono di avere il diritto di farlo. Perché un ragazzo dovrebbe raggiungere la scuola in 15 minuti di bici, mentre le ragazze hanno bisogno di un’ ora di cammino?».

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