In 20mila aggrappati al banco dei pegni

Diciannove mila polizze nell’ultimo anno a Palermo (40 mila in Sicilia), cento oggetti dati in pegno ogni giorno fra orologi, gioielli d’oro e pietre preziose, con un aumento del 40 per cento negli ultimi sette anni. Numeri che dipingono un fenomeno ormai trasversale

Fonte – La Repubblica (ed. Palermo)

Giocatori incalliti pronti ad impegnarsi la camicia in attesa di quel numero del Lotto che continua a ritardare, disoccupati costretti a privarsi dell’orologio della laurea per pagare una cartella esattoriale, anziani che pur di far felici i nipoti rinunciano ai gioielli che “raccontano” la loro vita.

L’ultima spiaggia per non finire nelle mani degli usurai è al civico 20 di via Borrelli, il monte di pietà di Unicredit. Sono soprattutto giocatori d’ azzardo i clienti più assidui. Hanno già collezionato prestiti su prestiti con banche e finanziarie, si sono bruciati tutta la capacità di credito, ma continuano a giocare.

Sono gli habitué nel grande salone al piano terra del palazzo di cemento a vista, perfetto esempio della speculazione edilizia degli anni ’60. Si riconoscono perché hanno perso la vergogna e l’imbarazzo delle prime volte. Usano il banco dei pegni come un bancomat per dare la caccia della “bolletta giusta”, al numero ritardatario, alla mano vincente.

«Sono clienti fissi che portano sempre gli stessi oggetti – racconta Gioacchino Chiavetta, direttore del monte dei pegni di via Borrelli – Quando vincono li riscattano, se poi la fortuna volta loro le spalle li ritroviamo agli sportelli».

E il popolo dei ludopatici aumenta in modo esponenziale quando ritarda un numero del lotto. «Me ne sono accorto per caso, girando per la sala – svela Chiavetta – Tutti parlavano di quel numero che non usciva, volevano il denaro per giocare al raddoppio. Quando poi è finalmente uscito, sono tornati quasi tutti a riscattare quanto impegnato».

Diciannove mila polizze nell’ultimo anno a Palermo (40 mila in Sicilia), cento oggetti dati in pegno ogni giorno fra orologi, gioielli d’oro e pietre preziose, con un aumento del 40 per cento negli ultimi sette anni. Numeri che dipingono un fenomeno ormai trasversale.

Non ci vanno più solo i poveri al banco dei pegni, dall’inizio della crisi anche il ceto medio ha cominciato a frequentare il banco. «Un cambio generazionale – sottolinea Chiavetta – In passato i clienti appartenevano al ceto meno abbiente, oggi la maggioranza sono impiegati, professionisti, pensionati che si sono trovati in difficoltà».

Tutti accomunati dall’impossibilità di ottenere prestiti dal sistema finanziario. Al monte dei pegni possono ottenere denaro senza troppe spiegazioni. Niente garanzie o buste paga, nessun controllo su protesti e insolvenze. «Controlliamo solo che la merce non sia provento di attività illecite – sottolinea Chiavetta – I dipendenti sono addestrati a riconoscere chi impegna oggetti non suoi. Se portano anelli di diverse misure, se la tipologia della merce è troppo varia, se il cliente è riluttante nel rispondere alle domande, scatta la segnalazione alle forze dell’ordine».

Per il resto basta un documento d’identità e il codice fiscale per uscire con i contanti in tasca. Pochi, maledetti e subito.

«La prima volta è stato un trauma, d’un tratto mi sono reso conto di aver vissuto una vita al di sopra delle mie possibilità, ho ripensato all’ ultima estate trascorsa al circolo del canottaggio e al fatto che pochi mesi dopo ero davanti ad un bancone a farmi valutare un orologio un terzo di quello che vale. Ma ci si abitua anche a questo, è la terza volta che lascio in pegno un mio oggetto. Questi soldi mi servono, sono in ritardo con il mutuo. Meglio perdere un orologio che la casa» racconta Giovanni, 44 anni, assicuratore, appartamento in zona Strasburgo, moglie all’oscuro della situazione, fuoristrada in leasing e “affari che dal 2010 sono calati del 60 per cento e per chi lavora a provvigioni equivale alla disoccupazione”.

Dei 19 mila oggetti impegnati ogni anno il 5 per cento va all’ asta, ma questo non vuol dire che il 95 per cento riesca a riscattare il pegno. Solo la metà si riprende ciò che è suo, gli altri rinnovano le polizze sperando in tempi migliori. Tanto che in via Borrelli sono custoditi preziosi da più di dieci anni. Chi non riesce a rinnovare le polizze comunque non perde il valore dell’oggetto.

«Venerdì nella tradizionale asta di San Valentino abbiamo venduto un anello per 4.200 euro – sottolinea Chiavetta – chi lo aveva impegnato per 2.800 euro ha ricevuto la differenza in contanti».

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