Quattro siciliani da s…ballo

Nel 1917 un gruppo siciliano fa da apripista in America ad altri gruppi folk influenzando anche il jazz degli albori. Ecco come i “ballabili” di Rosario Catalano e la sua orchestra hanno creato uno stile destinato a durare

BARCELLONA. Stati Uniti, 1949. Per Anthony “Tony” Lavelli è l’anno del debutto da cestista professionista nella BAA, la Lega che, un anno più tardi, sarebbe diventata l’attuale NBA. Ma il ragazzo da Somerville, Massachusetts, di chiara origine italiana, non volle rinunciare, pur indossando la casacca dei Boston Celtics, alla sua (vera) passione, la musica.

Diventando peraltro una vera attrazione, dato che – nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo delle partite – intratteneva gli spettatori con la sua fisarmonica, in cambio di 125 $ di supplemento al contratto da giocatore.

Italiani (sempre) brava gente, come si vede. E soprattutto musicisti di razza. Giuliana Fugazzotto, etnomusicologa che insegna pianoforte al Liceo musicale di Bologna, ha dedicato il suo ultimo lavoro proprio a tutti quelli che hanno portato in giro il sound della propria terra in giro per il mondo.

E in particolare a una band siciliana di grande successo…

Era un mondo (musicale) a 78 giri. Qual è stato il ruolo dei siciliani d’America nella costruzione dell’industria musicale statunitense?

Ci sono coincidenze che dovrebbero far pensare. Gli Original Dixieland Jass Band – orchestra che peraltro vantava due musicisti di origine italiana – pubblicano il primo disco nel 1917 e si tratta del primo tentativo, in assoluto, di sfruttare il jazz a scopi commerciali. In quello stesso anno, i Quattro Siciliani, il cui leader era Rosario Catalano, esordiscono sul mercato con un loro vinile. Non è azzardato ipotizzare che la musica da ballo siciliana – di questo si nutriva il loro repertorio – abbia persino influenzato il jazz degli albori. È chiaro che si parla di sovrapposizioni, di contaminazioni. Però…

Si può dire che i Quattro Siciliani fecero da apripista ad altri gruppi folk, come li definiremmo oggi. Si sa qualcosa sulla loro estrazione sociale, il loro status culturale?

Si sa che per lo più provenivano dai paesi grandi o piccoli della Sicilia. Erano, nella maggior parte artigiani, ovvero sarti, calzolai, barbieri che svolgevano la loro attività in città americane in cui era possibile sia entrare in contatto con le nascenti case discografiche sia andare a suonare per i propri connazionali nelle feste di matrimonio, durante i battesimi. E, com’è ovvio, nelle feste da ballo.

Dalla Sicilia all’America, i musicisti siciliani cambiarono approccio nei confronti del repertorio tradizionale? C’è da dire intanto che alcuni di loro smisero i panni dell’artigiano e diventarono dei professionisti della musica. Per loro furono elaborati dei veri e propri contratti che prevedevano regolari salari, una cosa impensabile per chi faceva musica, negli stessi anni, nei paesi della Sicilia e della Campania. Di conseguenza, gli artisti come Rosario Catalano furono per così dire gli esportatori di una cultura musicale che in America va a fondersi con altri stili, altre tendenze originari del Meridione d’Italia. Un preziosissimo gioco di contaminazioni, come si vede.

In definitiva, questa è l’epoca in cui si forma il background da cui sarebbero derivati i generi musicali che conosciamo oggi?

Sì, è un’analisi corretta.

È quindi vero che i ballabili dei Quattro Siciliani siano rimasti impressi nella cultura musicale americana di quegli anni e dei decenni a venire?

Come ben si sa, anche a livello testuale, gli americani hanno fatto propria la lezione degli immigrati siciliani, con gli adattamenti del caso, s’intende. Per Rosario Catalano e la sua orchestra fu fondamentale trovarsi nei luoghi giusti e nel momento giusto per dare un senso alla propria passione.

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