Il clima e i pericoli per l’agricoltura: «La produzione diventi ecologica»

Non c’è più spazio per i dubbi, è un dato di fatto: il cambiamento climatico sta sconvolgendo anche la produzione e il mercato ortofrutticolo. Pier Paolo Poggio, direttore della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, fotografa lo scenario in una parola: «Impressionante»

Fonte – Giornale di Sicilia

Non c’è più spazio per i dubbi, è un dato di fatto: il cambiamento climatico sta sconvolgendo anche la produzione e il mercato ortofrutticolo. L’ ultimo monitoraggio della Coldiretti è un’ ulteriore conferma, ma basta farsi un giro tra negozi e supermercati per fotografare la situazione, con i banchi pieni di primizie rigorosamente fuori stagione, frutto di una falsa primavera.

E sconvolta è anche la geografia della coltivazione, con tipicità mediterranee che dal Sud si spostano al Nord mentre alcuni frutti tropicali in Sicilia diventano «nostrani».

Pier Paolo Poggio, direttore della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia, studioso di storia dell’ambiente e curatore del volume «Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica» (edizioni Jaca Book), fotografa lo scenario in una parola: «Impressionante. Penso anche al mio territorio: in Valle Camonica, fino a 15 anni fa non esisteva produzione vitivinicola, attualmente è in forte espansione, anzi è una delle poche risorse locali».

Ma non c’ è anche il rovescio della medaglia, il dato positivo? Si cominciano a coltivare varietà in luoghi dove prima era impensabile.

«L’effetto dell’ innalzamento delle temperature sulle coltivazioni possono avvantaggiare qualche produttore in qualche area o regione, ma quanti altri ne affossa? Vedo solo rischi: stiamo vivendo una fase di rapidissima trasformazione, molto più veloce di quanto si poteva pensare vent’anni fa, e di questo passo i cambiamenti climatici impediranno all’ uomo di rapportarsi ai cicli naturali secondo i tempi lunghi che ci hanno consentito una convivenza accettabile con l’ ecosistema. Il tema è di portata straordinaria, ma oggi manca la base per affrontarlo».

Quale?

«C’è un deficit nella riflessione intellettuale sul rapporto tra uomo e ambiente. Non ho gli strumenti scientifici per affermare con assoluta certezza che tutto ciò che sta accadendo sia diretta conseguenza dell’ atteggiamento umano nei confronti della natura, ma continuare a negare questo tipo di rapporto mi sembra assolutamente cieco. La strada che abbiamo preso segue una brutta china, bisognerebbe cambiare il prima possibile il nostro approccio. Su questo punto, cruciale, manca ancora una riflessione seria, e oggi ci sono studiosi che ragionano attorno al concetto di “Antopocene”, considerando l’idea dell’uomo come essere capace di condizionare e plasmare completamente la natura. Un sogno prometeico che potrebbe avere conseguenze assai difficili per la terra e per le popolazioni che la abitano».

Ma è davvero possibile andare al di là del ciclo storico dominato dall’ industrializzazione?

«Direi di sìa partire dal fatto che le esperienze di agricoltura ecologica si sottraggono alla tonalità spirituale prevalente che sintetizzavo in passività e fana siness può essere prevalente rispetto all’ attenzione per l’ ambiente o la salute. Sarebbe un discorso lungo, è però un segnale significativo il fatto che, come riportato nel libro su Le tre agricolture, una zona vinicola di pregio come la Franciacorta abbia deciso la transizione al biologico di tutti i produttori che possono fregiarsi di tale marchio».

Quale può essere la strada da percorrere per una conversione ecologica dell’attività produttiva ed economica? Una soluzione può arrivare proprio dall’agricoltura ecologica?

«L’agricoltura oggi è considerata marginale dalla politica, a partire dal fatto che gli addetti, in tutte le situazioni sviluppate, sono pochi e globalmente continuano a diminuire, ad esempio fuggendo in massa  dai paesi poveri e dalle situazioni in cui l’aumento  della produttività rende superflua la manodopera contadina. Per altro verso costituisce la frontiera su  cui si stanno confrontando due prospettive di futuro. Quella egemone, ma che è lecito considerare minata da crepe insanabili, prevede la scomparsa definitiva del mondo contadino e, in fondo, dell’agricoltura come fatto di civiltà, dato che la produzione di cibo viene demandata ad un reparto speciale dell’industria ad alta densità di capitale, sganciato dai cicli naturali, imperniato sulla meccanica, chimica, farmaceutica, genetica, in grado di alimentare i miliardi attuali e futuri di popolazione. Questo è il progetto della modernità, fatto proprio nel secolo scorso da ideologie contrapposte, che si è scontrato con  una pietra d’inciampo ingombrante e imprevista: la crisi ecologica. È su questo terreno che emerge la seconda prospettiva sintetizzabile nel concetto di conversione ecologica delle attività produttive. In tale contesto l’ agricoltura occupa un ruolo cruciale, per molti motivi: a partire dal fatto che è in grado di fornire la prova provata della bontà di una tale scelta. È chiaro, per altro, che l’ agricoltura da sola non ce la può fare. Si tratterebbe di una testimonianza significativa e del tutto rispettabile ma quel che serve è un movimento complessivo, rispetto a cui ci sono le condizioni oggettive ma non quelle soggettive, dato che il nostro tempo, a livello sociale, è contrassegnato dalla contrapposizione tra passività e fanatismo».

Ma è davvero possibile andare al di là del ciclo storico dominato dall’industrializzazione?

«Direi di sìa partire dal fatto che le esperienze di agricoltura ecologica si sottraggono alla tonalità spirituale prevalente che sintetizzavo in passività e fana siness può essere prevalente rispetto all’ attenzione per l’ ambiente o la salute. Sarebbe un discorso lungo, è però un segnale significativo il fatto che, come riportato nel libro su Le tre agricolture, una zona vinicola di pregio come la Franciacorta abbia deciso la transizione al biologico di tutti i produttori che possono fregiarsi di tale marchio».

A che punto è oggi lo sviluppo dell’agricoltura biologica? È ancora un fenomeno di nicchia?  

«Il biologico, che è erede diretto dell’agricoltura organica del passato e che si articola a sua volta in forme molteplici, non è propriamente marginale, soprattutto in termini economici. C’è stata una espansione notevole della domanda, specie in ambito urbano o metropolitano, dove in rapporto al reddito,  ma non solo, si sono affermati stili di vita “post-materialistici”. È un fenomeno complesso che va salutato con favore, nonostante inevitabili contraddizioni, dato che il nuovo si mescola con il vecchio, e il business può essere prevalente rispetto all’attenzione  per l’ambiente o la salute. Sarebbe un discorso lungo, è però un segnale significativo il fatto che, come riportato nel libro su Le tre agricolture, una zona vinicola di pregio come la Franciacorta abbia deciso  la transizione al biologico di tutti i produttori che possono fregiarsi di tale marchio».

Oltre ai benefici sull’ecosistema, quali altri  vantaggi deriverebbero da una eco-agricoltura?

«In realtà, oltre ai benefici per l’ambiente – sempre difficili da cogliere nella percezione diffusa, trattandosi di una novità storica a mio avviso non metabolizzata – i vantaggi dell’agricoltura ecologica riguardano in primo luogo gli essere umani, tenendo ben presente che, contro critici superficiali o non in buona fede, non si tratta di un ritorno al passato e alle condizioni di vita e di lavoro durissime che contrassegnavano spesso il mondo contadino. Si tratta invece di costruire un’agricoltura che non espella più i lavoratori ma dia loro una occupazione dignitosa, a fronte di una tragica disoccupazione giovanile, a fronte della necessità assoluta di manutenzione del territorio, con la possibilità di un lavoro ricco di significato, soddisfacente sul piano personale, nel rapporto con l’ambiente e la società. È una transizione auspicabile e necessaria, non può per altro avvenire, su dimensioni adeguate, in modo puramente spontaneo e naturale: richiede prerequisiti culturali   e politici che riguardano tutti, non solo i nuovi o vecchi contadini».

Le partite decisive del futuro si giocheranno  attorno a cibo, terra e acqua?

«Se non prevarrà la guerra, l’agenda in positivo sarà da costruirsi attorno ai questi tre fondamentali che ha ricordato, da attualizzare rispetto ad una ancora più urgente conversione energetica, dove l’opzione è tra uso intelligente, tecnicamente e culturalmente  avanzato dell’energia solare rinnovabile nelle sue forme molteplici, o incenerimento sino all’esaurimento dei combustibili fossili (utili per altri usi), ovvero rilancio del nucleare con conseguenti scenari apocalittici. Centrare l’attenzione sull’agricoltura, il paesaggio,il cibo (buono,sano e giusto secondo l’indovinato slogan di SlowFood), sulla cura del territorio, sulla biodiversità in termini naturali e della pluralità delle culture antropiche, in altre parole sulla straordinaria e misconosciuta eredità culturale che abbiamo ricevuto dalle civiltà contadine, costituisce un passaggio necessario per un superamento non regressivo della modernità. È un ambito in cui è non solo necessario ma possibile trovare una con  vergenza tra popoli e culture diverse come non si stanca di ripetere l’attuale Papa».

 

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