Le piante? Parlano

Lo scienziato “esploratore” che ha rivoluzionato la nostra idea del mondo vegetale ritirerà il prestigioso premio dal vice cancelliere austriaco. A Centonove porta “intriganti” prove sull’intelligenza della flora

MESSINA. Le piante non hanno cervello, nemmeno l’ombra di un neurone. Ma sono intelligenti? Proviamo così. Le piante sentono? Certo che si, «registrano numerosi fattori esterni, umidità, temperatura, forza gravitazionale».

Imparano, ricordano? «Le piante agiscono con lo stesso sistema provaerrore degli animali: davanti a un problema procedono per tentativi fino a trovare la soluzione ottimale di cui, poi, si ricordano quando si presenta una situazione simile».

Le piante comunicano? «Sono delle grandi comunicatrici»! Utilizzano un loro linguaggio: il profumo dei fiori richiama gli insetti, e il rilascio di sostanze volatili o chimiche nel terreno, il mutamento di forma, colore, spessore manda segnali a piante della stessa specie o di specie diverse.

Nuove discipline

Mai sentito parlare di Neurobiologia? «Niente paura, in effetti è una disciplina nuova, che abbiamo elaborato insieme con i colleghi tedeschi di Bonn».

Le piante sono organismi intelligenti, e questa è una realtà che oggi, grazie all’impegno di eccellenti studiosi di fama mondiale, sta rinsaldando sempre più le sue basi scientifiche.

La comunicazione delle piante a tutti livelli di organizzazione biologica, dalla singola molecola alle comunità ecologiche, è l’oggetto di ricerca di una recente disciplina, perché nuovo è l’approccio di studio: esse sono in grado di cogliere, comprendere, decodificare gli stimoli che ricevono dal mondo esterno, di rielaborarli e trasmetterli al resto della pianta, di interagire con altri organismi vegetali, con insetti e animali.

«Finora nessuno aveva realmente preso in considerazione il modello di vita del 99,9% delle cose che vivono sulla terra».

Osservare e imparare come vivono le piante, ci da l’opportunità di trarre informazioni e ispirazioni per cambiare il nostro modo di vivere.

Il prossimo 22 aprile, in occasione della “Notte della ricerca” di Vienna, il professor Stefano Mancuso riceverà dal Vicecancelliere austriaco Reinhold Mitterlehner, il prestigioso Wissenschaftbuch des Jahres, premio austriaco per libro di saggistica scientifica dell’anno, come migliore opera per la categoria medicina e biologia.

“Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale” è già stato tradotto in 13 lingue. Orgoglio tutto italiano, perché «è la prima volta che questo premio viene affidato ad un autore di lingua non tedesca. Sono contento e orgoglioso di essere il primo».

Certo, sarebbe stato bello ricevere anche dall’Italia un qualche riconoscimento, «ma non si può avere tutto».

La carriera

Stefano Mancuso non è solo uno stimato scienziato di fama mondiale, professore al Dipartimento di Scienze Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente (DISPAA) dell’Università di Firenze, direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale), uno dei fondatori della Neurobiologia Vegetale, e autore di numerosi libri e pubblicazioni scientifiche.

Stefano Mancuso è soprattutto un “world changers” (così è stato definito dal New Yorker) e uno dei 20 italiani che possono cambiarci la vita secondo La Repubblica.

L’analisi

«Credo che ciò sia dovuto al fatto che le mie ricerche stanno cambiando il modo in cui noi percepiamo le piante: sono sempre state percepite come organismi passivi, in grado di non fare nulla, ma se le guardiamo con occhi nuovi, da una prospettiva diversa, ci accorgeremo che sono in grado di fare cose molto complesse e articolate: in effetti fanno tutto ciò che fanno gli animali ma in maniera diversa, e questo potrebbe essere un modo di cambiare la visione del mondo e quindi il mondo stesso».

Un’analisi “verde e brillante”, attenta e rigorosa, rivela come l’uomo abbia da sempre assunto il ruolo di “padrone del creato”, considerando l’immenso giardino terrestre alla stregua di una sua proprietà.

Ma se accantonassimo per un momento l’idea che egli non sia l’essere vivente più evoluto sulla faccia della Terra? «Dimentichiamo che le piante ci sono sempre state e sempre ci saranno. Stiamo irrimediabilmente distruggendo il pianeta abusando della natura e distruggendola: ma così stiamo condannando la nostra specie all’estinzione. Quando questo avverrà, le piante torneranno a riappropriarsi di ciò che è stato loro strappato».

Ma senza neuroni

Le piante offrono un modello di intelligenza diverso da quello animale: sono in grado di essere intelligenti senza avere neuroni, «e questo potrebbe essere davvero fondamentale per gli studi sull’intelligenza artificiale, perché è il nuovo modello di intelligenza a cui ispirarsi».

Le piante riescono ad essere intelligenti senza avere un cervello, a respirare senza avere dei polmoni, a vedere senza avere degli occhi, a sentire senza avere le orecchie.

«Gli animali hanno degli organi per svolgere funzioni vitali, per vedere, per sentire: per ogni funzione ci sono delle strutture particolarmente specializzate. Le piante, al contrario, sono capaci di svolgere le stesse funzioni senza tuttavia avere gli organi».

E perché non hanno gli organi?

«Gli organi sono punti deboli. Immagini di essere una pianta, di non poter scappare via quando arriva un animale che comincia a mangiare le foglie. Se le piante avessero gli organi, morirebbero subito, invece nella loro evoluzione hanno imparato a farne a meno, distribuendo su tutto il corpo quelle funzioni che gli animali hanno concentrato all’interno di ogni singolo organo. Questa è una cosa straordinaria, perché è un diverso modo di svolgere analoghe funzioni in una maniera che forse è meno efficiente, ma di certo più resistente».

Studi rivoluzionari

La portata rivoluzionaria di questi studi, sia dal punto di vista scientifico che etico, è indiscutibile. E l’instancabile ricerca batte i sentieri della Comunicazione Vegetale.

«Stiamo lavorando moltissimo sulla comunicazione tra le piante. Esse sono delle grandi comunicatrici, si scambiano molti messaggi. Quelle che per noi sono parole, per loro sono molecole chimiche, che emesse nell’atmosfera volano e sono percepite dalle piante vicine. Quello che stiamo facendo al momento è cercare di decodificare questo “vocabolario chimico”, cioè cosa significano queste molecole chimiche che le piante producono e quale massaggio trasporta ciascuna di esse».

Quando parla, il professor Mancuso è estremamente trascinante.

Lo zio di Patti

Nelle sue vene scorre sangue siciliano, ricorda con affetto zio Michele di Patti. La domanda sorge spontanea. Questo è l’effetto che lo stare a stretto contatto con le piante, con la natura, ha sul nostro umore?

«Ho colleghi che vivono tra le piante, ma hanno proprio un caratteraccio. Però è vero, studi scientifici dimostrano che le piante hanno la capacità di entrare in connessione con noi, di rilassarci. Tempo fa feci un piccolo esperimento: sottoposi un centinaio di bambini delle scuole elementari ad un test. Prima di dare inizio alla prova, divisi i bambini in due gruppi: metà restò all’interno di un’aula, mentre portai gli altri in giardino. Nonostante ci si aspettasse che un ambiente chiuso e privo di distrazioni, avrebbe favorito la concentrazione, i bambini che si trovavano all’aperto, tra il rumore, i colori della natura, il cinguettio degli uccellini, i fiori e il verde, risposero nella metà del tempo impiegato dagli altri».

Il rapporto con la terra è stato da sempre un punto fondamentale per la nostra sopravvivenza.

«Non è un caso che la testimonianza di scrittura più antica a noi pervenuta, un testo sumero, consisti in istruzioni e raccomandazioni che un padre da al figlio circa la coltivazione dei campi».

Il compito di questi paladini del verde, oltre che di conferire nuova dignità al mondo vegetale, è di affiancare alla rigidità scientifica un metodo sensibile all’etica, alla morale, che abbia uno scopo educativo.

E lì sta la soluzione: educare le nuove generazioni al rispetto dell’ambiente.

Rispondi

Condividi