«Trivellazioni danneggiano in modo irreversibile la crosta terrestre»

A dirlo è il professore di Sociologia dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Palermo, Aurelio Angelini, che ha chiarito alcuni aspetti relativi a questo argomento in vista del referendum abrogativo in programma il 17 aprile

Il 17 aprile si terrà il referendum già ribattezzato “anti-trivelle”. Quest’ultimo, che va contro i progetti petroliferi del governo, è stato promosso da ben nove regioni italiane: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. Inizialmente erano dieci, poi l’Abruzzo si è tirato indietro.

Il professore di Sociologia dell’Ambiente dell’Università degli Studi di Palermo, Aurelio Angelini, ha chiarito alcuni aspetti relativi a questo argomento di cui purtroppo non si parla molto, probabilmente per gli interessi che muove.

Cosa sono e cosa comportano in termini ambientali le trivelle?
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La trivellazione danneggia in modo irreversibile la crosta terrestre, distrugge l’economia locale legata al settore ittico e della trasformazione, il turismo, e disorienta i flussi migratori dell’avifauna. L’estrazione prevede la prospezione e l’immissione di valvole che permettono la frantumazione della roccia. Durante la trivellazione esplorativa l’incidente più frequente è il blow-out come è accaduto nel disastro del mare di Azov (1982-1985), o al recente disastro nel Golfo del Messico (2010), con uno sversamento massiccio di petrolio in mare, provocando conseguenze mortali sia su flora e fauna che nella popolazione locale e un disastro economico incommensurabile. Purtroppo in questi anni la regione Sicilia non si è curata del proprio mare, la Sicilia, infatti, è l’unica regione priva di una propria legge».

Come si è arrivati al referendum?
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Con i decreti “Cresci Italia” e “Sbocca Italia” è stata rilanciata la ricerca del petrolio nelle acque italiane e del Mediterraneo, sbloccando le restrizioni ai magnati del petrolio che erano stati fermati, a seguito del devastante incidente BP del Golfo del Messico (2010). Viene riconosciuto carattere strategico alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale, delineando quindi procedure esemplificate ed indifferibili per pubblica utilità. In questo modo si impedisce il rispetto delle procedure europee e nazionali di valutazione di impatto ambientale, affidando ad una autorità incompetente l’autorizzazione alla ricerca e allo sfruttamento nel mare italiano, mettendo a rischio le ventisette aree marine protette, le diciassette in via di istituzione, i due parchi sommersi e litorali di particolare valore per la biodiversità del nostro Paese». 

Quali le zone che sono prese di mira?
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In Italia prevalentemente l’Adriatico e in Sicilia la costa ionica e lo Stretto, meglio noto come il Canale di Sicilia. In questo tratto di mare, che separa la Sicilia dall’Africa, si trova un prezioso tesoro di biodiversità e di vita animale e vegetale. Lo Stretto di Sicilia rappresenta attualmente anche la più importante zona di pesca di specie maggiori (tono rosso, pescespada) e minori (ricciola, lampuga, tonnetto striato) di grandi pelagici e di specie demersali (nasello, gambero rosa, scampo, luvaro, dentici, pagri, cernie). Sono presenti nell’area anche i grandi stock di piccoli pelagici, come le acciughe, gli sgombri e le sardine, che hanno consentito lo sviluppo di un’importante industria conserviera nell’area».

Da uomo di scienza, secondo lei, cosa è giusto fare?
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Le Isole maggiori, le isole del Tirreno, dell’Adriatico, del canale di Sicilia e la maggior parte delle regioni vivono e dipendono proprio dal mare sotto il profilo culturale ed economico e non possono accettare di guardare al proprio futuro, abbandonando questa risorsa importante risorsa per diventare una piattaforma petrolifera e una servitù militare. La trivellazione danneggia in modo irreversibile la crosta terrestre, distrugge l’economia locale legata al settore ittico e della trasformazione, il turismo, e disorienta i flussi migratori dell’avifauna. Inoltre questa attività invasiva può incidere sul cambiamento dell’asse naturale terrestre provocando terremoti. L’estrazione prevede la prospezione e l’immissione di valvole che permettono la frantumazione della roccia. La Sicilia, l’Italia, terra del sole, del vento, del movimento ondoso e dei vulcani, posseggono adeguate e sufficienti risorse energetiche naturali per non dipendere dal petrolio e dai fossili. Questa è la sfida del futuro, ricerca, innovazione e sostenibilità, per costruire una nuova economia che migliora la qualità della vita e non la renda schiava da cicli effimeri della produzione di merci e al servizio di multinazionali che saccheggiano le risorse locali».

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