Luchino, la politica dell’estetica. Quarant’anni senza Visconti

Antinomie? Celebrando i 40 anni dalla morte (il 17 marzo) e insieme i 110 dalla nascita (il 2 novembre), la via sana per cogliere il senso di una figura irripetibile, radicata nella storia del XX secolo europeo, è nel nome. Visconti, e basta.

Fonte – Il Giorno/La Nazione/Il Resto del Carlino

Non c’è, nella storia dello spettacolo del ‘900, se non pensando a Ingmar Bergman, una personalità artistica insieme così innovativa, eclettica, profonda come Luchino Visconti, nel cinema, nel teatro, nell’ opera, nell’ idea autoriale (anche autoritaria) di regia, inconciliabile a ogni definizione quando ci si prova, sfuggente anche alle accuse di contraddizione.

Per dire: aristocratico e comunista, ovvero giovane capitano di una vincente scuderia di proprietà e sostenitore del Fronte Popolare a Parigi quando era assistente di Jean Renoir, ovvero le fastose dimore di famiglia, abitate o evitate, da Villa Erba («lavoravamo anche a Cernobbio, una proprietà immensa come Villa Borghese», ricordava Suso Cecchi D’Amico) al palazzo milanese di via Cerva alla villa sulla Salaria, e insieme la partecipazione alla Resistenza col nome di Alfredo, catturato da Koch, condannato e salvato dall’ attrice Maria Denis.

Non solo: viene in mente “La terra trema”, il capolavoro finanziato dalla farmaceutica di famiglia Carlo Erba con il contributo del partito di Togliatti, «che emanava candore, buona volontà, gentilezza», salvo la chiusura provvidenziale di budget ottenuta dal democristiano siciliano Salvo D’ Angelo mentre le maestranze scioperavano contro il regista marxista.

Antinomie? Celebrando i 40 anni dalla morte (il 17 marzo) e insieme i 110 dalla nascita (il 2 novembre), la via sana per cogliere il senso di una figura irripetibile, radicata nella storia del XX secolo europeo, è nel nome. Visconti, e basta.

Innovativo, anticipatore per vocazione, a partire da una sensibilità coltissima (dalla disciplina di famiglia, al mattino in piedi, violoncello, teatro, e poi a scuola) e fantasiosa (quando sembra “il” fautore del realismo lo troviamo a dirigere con scenografie e costumi di Dalì), Visconti diffonde una coscienza della spettacolo come elaborazione culturale e politica delle scelte estetiche.

Facciamo un giro a mitraglia sulle arti.

Nel cinema, nel 1943, associato agli intellettuali e cineasti che premevano contro la vacuità di colossal storici e “telefoni bianchi” (da De Sica ad Antonioni a Trombadori), stacca un destro definitivo con “Ossessione”, dove dalla sceneggiatura alla recitazione all’immagine combina sfumature di melò italiano e reminiscenze noir, francesi e americane, e apre la stagione ufficiale del Neorealismo, disseminando nei due decenni successivi combinazioni diverse della sua idea di realismo: la metafisica dialettale verghiana di “La terra trema” (1948), l’illusione popolare di “Bellissima” (1951), la reinvenzione del romanzo storico nel suo gusto elitario e passionale con “Senso” (1954), l’aggiornamento sociologico-tragico al boom di “Rocco e i suoi fratelli” (1961), laddove lancia un grande drammaturgo come Testori, mentre dopo “Il Gattopardo” (1963), che oggi sembra un passaggio, un ponte luminoso sulle delusioni, lascia prevalere l’ anima malinconica, poeticamente decadente, accusata di decadentismo come un’onta, da “La caduta degli dei” (1967) a “Morte a Venezia” (1971) fino all’ ultimo film “L’ innocente” (1976).

A teatro, fu il primo maestro della regia decretando la fine del capocomico, già nel ’45 al Nuovo, prima di Strehler, con “A porte chiuse” di Sartre, “I parenti terribili” di Cocteau e “Antigone” di Anouhil, mentre, per dirne una, scoprì per l’Italia, e l’ Europa, Tennessee Williams con la regia di “Zoo di vetro” (1946), “Un tram che si chiama desiderio” (1949) e “Morte di un commesso viaggiatore” (1951).

All’incontro con Maria Callas la storia della messa in scena d’ opera deve stagioni memorabili, insieme di cura e reinvenzione delle opere, di «estremo rispetto dei ‘fatti musicali’» (Gavazzeni) dei direttori e dei cantanti, di scintillio e scialo, sapienza e sorpresa.

Nato Visconti di Modrone, conte di Lonate Pozzolo, ma anche Duca di Grazzano Visconti, Signore di Corgeno e Patrizio Milanese, ingordo di esperienze, grondante cultura, circondato da mazzi di rose e ribelli “alluchinati” (Delon e Berger), ha lasciato eredità e vitali ruberie ai massimi livelli, da Zeffirelli a Scorsese, da Fassbinder a Bertolucci.

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