Le trivelle e il “disarmo unilaterale”

È giusto affidare temi complessi come quello dei titoli concessori utili alle estrazioni petrolifere o di gas ad uno strumento come il referendum? È legittimo diffondere il dubbio che l’Italia sia un paese nel quale non convenga investire perché paese a legislazione “emotiva”?

Fonte – L’Unità

La strategia referendaria originaria, corredata da sei quesiti in tema di estrazione di idrocarburi, è stata immaginata per affermare sostanzialmente un concetto: si può consumare senza però produrre.

Siano gli altri (i soliti, quelli dei paesi in via di sviluppo) a “sporcarsi le mani”. Il principio che sembra dominare è quello del disinteresse per il paese. Forse questa è la nuova cifra della politica senza partiti. Tant’ è.

Alcune domande però sono d’ obbligo… È giusto affidare temi complessi come quello dei titoli concessori utili alle estrazioni petrolifere o di gas ad uno strumento come il referendum?

È legittimo diffondere il dubbio che l’Italia sia un paese nel quale, oggi per la burocrazia e domani per il costo dell’ energia fino alle estrazioni, non convenga investire perché paese a legislazione “emotiva” e quindi è bene guardare fuori dal perimetro nazionale? O che tutto ciò debba gravare in termini di maggiori importazioni sull’insieme del paese?

Potremmo continuare, a partire dalle imprese che chiuderanno i battenti, dalla emigrazione verso altri lidi di frotte di ingegneri e di complesse infrastrutture tecnologiche e logistiche che rischiamo di perdere, insieme a migliaia di posti di lavoro dell’ indotto, nelle quali primeggiamo perché è un lavoro che sappiamo fare, una volta tanto, tra i primi al mondo.

Parliamo dei contraccolpi per aree strategiche come Ravenna e la costa meridionale della Sicilia che non ci possiamo permettere.

Parliamo anche della conferma degli investimenti anche oltre l’offshore. Quanto costerà tutto questo, se il referendum avesse esito positivo, in termini di investimenti annui?

Tanto, tanti miliardi di euro che prenderanno altre destinazioni. Non sarà certo un colpo per le industrie petrolifere, perché hanno solo l’ imbarazzo della scelta su dove investire nel mondo, ma un ulteriore colpo per il paese, certo sì.

Tutto si regge su una tesi inesistente: quella che racconta del superamento dell’ energia da fonte fossile. Piacerebbe anche a me. Mi piacerebbe che fosse così ma purtroppo così non è.

Il mondo, oggi e per i prossimi decenni di sicuro, continuerà ad andare a gas e petrolio, addirittura a carbone (Germania e Cina).

Nel mondo queste tre fonti rappresentano il 75% del fabbisogno. A proposito, niente da dire che la Germania ancora emette carbone nell’aria mentre guida l’ Unione Europea e bacchetta tutti su tutto?

Noi speriamo che gli impegni presi a Parigi vengano rispettati perché il mondo è malato e si sente l’urgenza di una inversione di rotta che ha bisogno di nuove tecnologie per inverarsi. Ma possiamo permetterci un “disarmo unilaterale”? Di saltare a pie’ pari questa fase di transizione? Penso proprio di no.

I giacimenti in Adriatico verranno comunque sfruttati. Certo, non saremo noi ma altri paesi e magari con le stesse compagnie petrolifere.

L’unica differenza è che importeremo idrocarburi che sono nostri. Non mi pare una grande idea! L’ Italia ha fatto grandi progressi sul tema dell’ energia. Ormai oltre il 40% del sistema elettrico proviene da energie da fonte rinnovabile.

Abbiamo un mix energetico migliore di quello tedesco poiché usiamo pochissimo il carbone (8%) in favore del gas. È giusto aumentare la dipendenza energetica aumentando i costi ed in presenza di una vera e propria destabilizzazione delle aree che producono una grande quantità di idrocarburi?

In un mondo come questo, attraversato dall’ ombra della guerra e con il rischio di un coinvolgimento fortissimo dell’ Italia, sarebbe un errore strategico, fatale per il nostro paese vietare l’estrazione di idrocarburi.

Domina sempre il vecchio effetto nimby, sembra innanzitutto per chi dirige le Regioni!

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