Abbate, io normale ma non troppo

Oltre sessanta opere rendono omaggio alla passione per l’arte germogliata nella metà degli anni Ottanta. Ecco come nasce una passione che fa vibrare istanze rivoluzionarie e impegno civile

BARCELLONA POZZO DI GOTTO. Dall’iniziale vocazione pittorica alle esperienze multimateriche di “fine millennio”, dalla totalizzante scultura in pietra e terracotta alle performances e installazioni che danno oggi più voce a chi si propone al frastornante brusio del dibattito artistico, affiora sostanzialmente la passione per la scultura di Nino Abbate.

E’ questo il filo conduttore della mostra inaugurata il 21 febbraio nei nuovi locali espositivi della ex stazione ferroviaria di Barcellona Pozzo di Gotto, dal titolo Nino Abbate “Io normale” trent’anni d’arte (1985- 2015) visitabile dalle ore 17.30 alle ore 20.30 fino al 13 marzo.

Oltre 60 opere tra sculture in pietra, terracotta, legno e disegni delle opere esposte, rendono omaggio ad una passione per l’arte, germogliata fin dalla metà degli anni ’80, diventa poi linguaggio corrente, conducendo ad esiti qualitativi che gli meritano importanti riconoscimenti già fin dagli anni Novanta.

Il fascino di tradurre in forme durevoli le idee, i bisogni, le aspirazioni, le emozioni, piegando ai bisogni espressivi tali materiali, è una esperienza antica, e si manifesta già nell’uomo del paleolitico e del neolitico; questi sa di poter eternare se’ stesso e, forse, di riprendere quel processo creativo lasciatogli quale consegna insieme alla materia da plasmare e trasformare, affinchè fosse rivestita di senso.

Così, nelle mani dell’artista la pietra resiste tiene testa respinge, ma poi si arrende si ammansisce si trasforma nel pensiero da quegli concepito, la docile creta più facilmente si assoggetta s’accorda si conforma per plasmarsi a immagine di un’idea o di una intuizione.

Aggredita ed addomesticata, la Materia si trasforma in qualcosa che assomiglia al suo artefice; assume il compito di trasmetterne l’essenza, l’unicità, sopravvivendo per sua natura a quello stesso.

La scultura “lingua madre”

In Abbate esiste questa consapevolezza; la scultura è la sua lingua-madre.

Egli è padrone di una tecnica che trova precedenti (e suggestioni) nelle sculture di Picasso e Modigliani, di Zadkine, Moore, Brancusi e Venturi, travalica per la sua istintività il fare di Mazzullo, Barbera, Pecoraino, Di Bianca e Cannilla, suoi conterranei; all’essenzialità primitivista affianca il fascino di archetipi mediterranei, dalle volumizzanti dee-madri e dagli sfuggenti idoli cicladici alla ieraticità di korai e kouroi arcaici, recuperandone i suggestivi valori formali ma declinandoli per simboli e temi che sono comprensibili agli uomini di oggi, significanti ancora perché riescono a far vibrare le corde delle sensibilità di sempre.

Le istanze rivoluzionarie delle Avanguardie, la recuperata esigenza di libertà, di azione e di pensiero fermentata al tempo dei suoi anni giovanili, sono sì fonte di ispirazione, ma l’Artista (secondo una efficacissima espressione di Italiano) rimane “sé stesso, suo unico maestro interiore”, liberando nelle sue opere il senso dell’orgoglio di essere creatura, padrone di un proprio pensiero, attore impegnato nel trasformare la società in cui vive; egli ha necessità di essere comunicativo, ricorrendo anche all’esibizione, alla provocazione, alla trasgressione, all’uso di accenti forti e veemeenti.

Ma ad entrare dentro le sue opere vengono a rivelarsi non comuni sensibilità e idealità; questi si esprimono attraverso quel ductus che diventa, a tratti, lirico e intenso, partecipe di un dolore, di un dramma, di una condizione esistenziale (L’emarginato, 1985), drammatico (La Pietà del mare di Lampedusa, 2013), malinconico (Donna con le braccia conserte, 1994), irriverente (Orgasmo mentale, 1996), sensuale (Nudo femminile, 1992), ieratico e sacrale (Maternità, 1993; Cuore nero, 2010), meditativo (Il Pensatore, 1992).

Dominanti strumenti espressivi, come essenziale paradigma formale sempre in chiave antinaturalistica, sono la linea, serpentinata, sciolta, tesa, fluida e bloccata (Attesa, 1994), e il volume, puro, vigoroso, plastico, turgido (come le potenti, compenetrate figure di Madre e figlio, 2003).

Il suo “epicentro”, come si sa, è Gala di Barcellona, un microcosmo che non si deve intendere solo in senso fisico, un luogo comune, bensì un sacrario della mente, della memoria, dell’anima, uno spazio dotato di senso e carico della sua storia personale, sacralizzato dalla sua arte e pertanto reso santuario che si arricchisce via via del patrimonio di opere offerte ad un progetto e ad una idea di Bellezza, come ex-voto da parte di quanti riconoscono ad esso una tale dimensione.

E pertanto Abbate, sacerdote di questo temenos sacro mi appare forse ancora indecifrabile, anche se mi risultano evidenti ed espliciti la sua intelligenza del fare, la sua lettura del mondo e della storia, la determinazione di chi comunica in maniera risoluta la propria ispirazione: le sue idee si trasfondono in opere, e pertanto di esse rimarranno a lungo eloquenti, preziose tracce.

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