Gibellina, quando la fede si siede a tavola

Nasce la prima sagra interamente dedicata ai prodotti tipici di San Giuseppe per  consolidare una grande tradizione ricca di significati simbolici, cerimoniali e di grande impatto sociale e comunitario

Fonte

Tra festa e religione parte il viaggio alla scoperta di sapori e tradizioni in uno dei luoghi più suggestivi della Valle del Belìce.

Dal connubio fra origini e profumi di cucina, nasce la prima sagra interamente dedicata ai prodotti tipici di San Giuseppe, che si terrà a Gibellina il 18 marzo prossimo.

L’iniziativa si propone di promuovere prodotti tipici locali, alimentari, artigianali e artistici, legati esclusivamente alla funzione religiosa della festività di San Giuseppe, al fine di consolidare una grande tradizione ricca di significati simbolici, cerimoniali e di grande impatto sociale e comunitario.

Non mancheranno infatti i mercatini artigianali, la mostra di manufatti di ricamo artigianali, la mostra di fotografie e libri sulla festa in onore di San Giuseppe, nonchè le visite agli Altari di San Giuseppe dislocati in varie parti della città, realizzati in collaborazione e con il prezioso aiuto degli anziani di Gibellina, importante memoria storica della città, già riconosciuta capitale d’arte contemporanea e che vanta un tessuto urbano ed architettonico, con opere d’arte e sculture di forte attrattiva di livello nazionale ed internazionale, che fanno della città belicina un vero e proprio museo all’aperto.

Nel rispetto di ciò e in continuità con la politica già adottata in città, anche per questa sagra sarà prestata particolare attenzione alla raccolta differenziata, confermando Gibellina ancora una volta città all’avanguardia in merito alla gestione rifiuti.

Dodici gli stand dove si potranno gustare le specialità a tema: pane intagliato, pasta con sarde e mollica, finocchio e broccolo fritto, cannoli e cassatelle con la ricotta, pignolate con il miele, vino e l’immancabile sfince di San Giuseppe.

Sapevate che… la sfincia di San Giuseppe è un dolce fritto tipico della Sicilia Occidentale inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (Mipaaf).

Il nome sfincia deriva dall´ arabo: ﺍﺴﻔﻨﺞ‎, isfanǧ “spugna”, per l’originale forma di questo dolce, che si presenta come una frittella morbida e dalla forma irregolare, proprio come una vera e propria spugna.

L’origine di questo dolce è antichissima, tanto che compare, anche se con nomi diversi, nella Bibbia e nel Corano. Inoltre, pare che sia l’evoluzione di pani persiani fritti nell´olio.

Viene consumato tradizionalmente il 19 marzo, durante la festa di San Giuseppe, considerata in tutta l´Isola la prima festività della nuova stagione primaverile, oltre che la festa del papà.

Curisosità… Secondo una vecchia tradizione, la sfincia veniva preparata dalla suocera per la nuora per cercare di “addolcire” i rapporti tra le due, tipicamente parecchio difficili e ostili a causa della gelosia delle due donne nei confronti, rispettivamente, del figlio e del marito.

A Gibellina… Grande è sempre stata la devozione e il culto per San Giuseppe presso la popolazione di Gibellina. Ciò che ancora oggi caratterizza questa festa sono “gli altari” allestiti a casa, da chi ha fatto voto al Santo, con l’aiuto di parenti ed amici, nonché il pranzo di giorno 19 che si svolge in forma di rappresentazione sacra.

Protagonisti di questo rituale sono “i santi”: tre fanciulli che allegoricamente rappresentano S. Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino (talvolta i personaggi sono cinque e comprendono, oltre ai membri della sacra famiglia, Sant’Anna e San Gioacchino, genitori di Maria).

“Li Santi” sono gli ospiti sacri del banchetto a cui in realtà è invitata tutta la gente del paese.

Un po’ di storia… .Il culto di San Giuseppe divenne pubblico tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV in Francia, Italia e Spagna, ma l’usanza siciliana di imbandire nelle case e nelle piazze un banchetto in suo onore nasce solo nel 1870, quando nasce Papa Pio IX lo proclama patrono della Chiesa.

La tavolata rievoca un celebre episodio dell’infanzia di Gesù quale la fuga in Egitto, culminata nell’accoglienza della Sacra Famiglia da parte di una coppia avvisata in sogno: alla tavolata, in rappresentanza della prima, vengono tradizionalmente invitati un anziano, una ragazza e un bambino, scelti tra i più bisognosi della comunità.

L’altare è da allora un trionfo di figure simboliche: lo adornano palme, emblema dell’accoglienza, alloro, simbolo della sapienza, tovaglie bianche in segno di purezza, ma soprattutto agrumi e fichi, augurio di fertilità e abbondanza nei frutti della terra, e naturalmente pani, dono della Provvidenza.

Tra i principali intagli lavorati in questi ultimi spiccano “u cucciddatu”, grosse ciambelle di pane e fichi lavorate a punta di coltello, la “spera”, un ostensorio farcito con impasto di fichi secchi per ricordare la presenza di Gesù in terra, i cuori, che recano le iniziali dei nomi della Sacra Famiglia, le rose, che indicano l’amore familiare, ma anche la croce, emblema del martirio di Gesù, un calice di vino e l’acqua, allegoria della redenzione dei peccati, e il bastone, prova della santità di Giuseppe.

Share:

Rispondi

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial