Marano, il pittore che teneva nel cuore la Sicilia del mito

Apprezzato dalla critica internazionale, Marano ha trovato nell’arte anche una visione sociale e politica del mondo, come Guttuso, uno dei suoi riferimenti. Opere grafiche sono state acquistate dal Metropolitan Museum of Modern Arte di New York e dal Carnegie Institute.

Fonte – La Sicilia

Mancava da 40 anni da Catania il pittore Vincenzo Marano, che se ne è andato due giorni fa all’età di 78 anni.

Conservava però nel cuore la Sicilia del mito, del mare, delle sirene di altre creature mitologiche come il minotauro e il ciclope che hanno sollecitato a lungo il suo immaginario, da lui collocate in contesti estranei dove creano un corto circuito comunicativo.

I motivi mitologici decontestualizzati abbondano fra i soggetti della mostra “Il tesoro nascosto” aperta fino al 12 marzo al Teatro Machiavelli di piazza Università a Catania (Palazzo Sangiuliano) per volontà di amici e della sua compagna, Donatella Palermo, produttrice cinematografica, che l’ha curata e inaugurata.

La Fondazione Lamberto Puggelli e l’ Associazione Ingresso Libero hanno reso così l’ultimo omaggio all’artista mentre era ancora in vita.

Apprezzato dalla critica internazionale, Marano ha trovato nell’arte anche una visione sociale e politica del mondo, come Guttuso, uno dei suoi riferimenti.

Opere grafiche sono state acquistate dal Metropolitan Museum of Modern Arte di New York e dal Carnegie Institute.

Era nato ad Acicastello nel 1938 e aveva frequentato l’Istituto d’arte di Catania negli anni Cinquanta. Nel 1957 aveva lasciato la Sicilia per iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Roma iniziando una collaborazione con il quotidiano l’Unità che pubblicò diversi suoi disegni.

Frequentando questo ambiente incontrò Renato Guttuso col quale nacque un rapporto di amicizia e stima.

Da allora fu Roma la sua città e dopo la partecipazione alla Quadriennale di Roma, Marano si lanciò nell’ arena internazionale: in Usa con la mostra itinerante “Print Show Young European Artist”, a Bruxelles con la “Contemporary Italian and Belgium”. Nel ’68 ha esposto nella prestigiosa galleria Zanini di Roma.

«Per anni ho creduto – diceva l’artista – che la pittura potesse cambiare il destino dell’ uomo, influire sull’andamento della società, denunciandone gli errori e contribuendo a renderla migliore. La pittura come atto di accusa ha avuto una parte importante nella mia produzione, una pittura esaltata dagli acrilici, dai bianchi e neri. Poi un giorno il colore, l’olio, la tempera prendono per sempre il sopravvento nel mio cuore. Il desiderio di cambiare il mondo si tramuta definitivamente e fino ad oggi dentro di me nell’avventura di un viaggio attraverso i canoni del mito e della favola».

Ed è quello che si gusta nell’esposizione catanese, doveroso omaggio in una città in gran parte dimentica dei propri figli che le rendono onore.

«Marano è una natura fortemente poetica – scrisse Guttuso – il pensiero della pittura, di ciò che deve dire con la pittura, lo possiede in modo totale…».

Ma questo era il Marano prima maniera.

Le sue opere più recenti hanno per protagoniste «sirene che, irridenti e beffarde, escono dal mare per vedere il mondo, parenti libere e irrequiete delle fotomodelle, espressione di mito e reali nel beffarsi del tempo degli uomini».

Andando dall’iperrealismo giovanile alle Tavolette Alchemiche fino ai quadri degli anni Duemila, si trovano sullo sfondo Villa Bellini e gli Archi della Marina in un cosmo di saltimbanchi e acrobati.

Certo una metafora del presente.

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