Protagonista? Non io, grazie

Come vive e cosa sogna un eterno comprimario? Lo rivela Ninni Bruschetta, attore abbonato ai ruoli di contorno, nel suo paradossale “Manuale di sopravvivenza”. Un album di ricordi e riflessioni che è anche un pungente pamphlet contro la cattiva tv

Fonte – Il Messaggero

Volendo potremmo anche metterla così. In America hanno i fratelli Coen. In Italia abbiamo Ninni Bruschetta.

I Coen sono tra i massimi autori del più grande cinema del mondo. Bruschetta invece è un ottimo attore abbonato ai ruoli da comprimario del cinema e soprattutto della provincialissima tv italiana.

Ovvio che i due mondi di appartenenenza non sono paragonabili. Eppure tra i Coen e Bruschetta, che è anche uno stimato regista teatrale, c’ è un punto di contatto clamoroso.

Domani infatti nei cinema di tutta Italia uscirà il nuovo film dei geniali fratelli americani, Ave, Cesare!, rievocazione della Hollywood anni Cinquanta che trasuda insieme ironia e nostalgia.

Perché i Coen non distinguono tra grandezze e miserie della golden age, ma celebrano la perfezione della “macchina” e la sua spietatezza con lo stesso entusiasmo e la stessa inventiva.

Tanto alla fine conta solo la leggenda, e non importa quanto fosse corrotta o gangsteristica: Hollywood era Hollywood e come tutti i miti continua a produrre mitologie.

Ninni Bruschetta invece ha scritto un libro pieno di ricordi e di considerazioni personali che dietro un titolo autoironico quanto azzeccato nasconde un discorso molto puntuale su quella fabbrichetta di sogni autarchici che è la nostra televisione: Manuale dell’attore non protagonista (Fazi, 173 pagine, 16 euro).

Mettendoci la stessa passione, a suo modo, con cui i Coen evocano la Hollywood di ieri, anche se quello di Bruschetta è il sentimento di un amante deluso.

GLI INIZI

Non dalla propria vita professionale, sia chiaro. Dopotutto, come spiega con abbondanza di esempi, fare il non protagonista è più avventuroso, eccitante e alla fin fine sicuro che essere un divo oggi idolatrato e domani chissà.

Basterebbero le pagine in cui rievoca i suoi avventurosi inizi (esilarante il pullman affittato e “rivenduto” ad altri viaggiatori per pagarsi la trasferta al festival Tendencias di Barcellona con Peppe Servillo e gli allora sconosciuti Avion Travel), o il capitolo in cui descrive l’emozione e l’impegno necessario a recitare personaggi veri e finiti tragicamente come il commissario Ninni Cassarà o il caposcorta di Moro, morti “vere” e dalle conseguenze pesanti, per capire che anche fare il non protagonista può essere appassionante.

No, la delusione di Bruschetta, diluita con intelligenza in un libro a molti strati, è di altra natura.

È la delusione di un siciliano che sogna da sempre di veder cambiare il proprio paese e sa quanto potrebbe servire al riguardo la tv, se la si facesse in un altro modo. È il disincanto di un comprimario che a forza di correre (anche fisicamente) dietro alle scritture, saltando da un capo all’altro dell’Italia, ha capito tutto di come funziona questa macchina.

I FUNZIONARI

Sa come nascono le fiction, genere pervasivo degli ultimi vent’ anni.

Conosce nei dettagli, per averli assaggiati sulla sua pelle, i modi in cui i funzionari tv esercitano il potere, imponendo provini inutili e umilianti o cambiando dialoghi e trame (bellissima la descrizione dell’imbarazzo provato quando si trova a «dover uccidere un personaggio perché l’attrice non era gradita alla rete», una frase che mette i brividi ma che è pane quotidiano su tutti i set).

E lo sa così bene da esser stato tra le figure chiave di una delle pochissime fiction che hanno lasciato il segno negli ultimi decenni: Boris, naturalmente.

La serie di Torre, Ciarrapico e Vendruscolo che usava le fiction come uno specchio nemmeno così deformante dell’Italia cialtrona in cui viviamo.

Boris, la serie che tutti si affrettano a definire “di nicchia” per toglierle peso e mordente.

Mentre Bruschetta sa che conquista spettatori di ogni regione e cultura proprio perché dice la verità.

E soprattutto la dice con un’inventiva, un ritmo, un rispetto per il sacro divertimento del pubblico, che nella tv italiana sono merce rara.

Così, per sognare dobbiamo rivolgerci ai fratelli Coen, ma per sapere come funziona il nostro paese basta guardare le sue tv, i soggetti che scelgono, le tacite regole che seguono, gli attori che promuovono (in Italia, sospira Bruschetta, un Paul Giamatti non sarebbe mai protagonista).

Fino a ieri almeno, perché le cose potrebbero anche cambiare. Basterebbe seguire le regole delle serie tv americane. E ancor prima, volerlo.

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