La fotografia per sentire e pensare la vita

Scianna è un fotografo che pensa. E scrive, non per celebrarsi, ma per comunicare, stavolta con la “camera chiara” della pagina scritta. Per lui la fotografia non è solo vedere, ma “sentire anche, pensare il mondo e la vita”.

Fonte – La Sicilia

Il solito egocentrico, Pablo Picasso: «Ho scoperto la fotografia. Posso uccidermi. Non ho più niente da imparare».

Lo ricorda Ferdinando Scianna nel suo libro “Obiettivo ambiguo” (Contrasto), fresco di pochi mesi.  No, non la fa sua, quella boutade. Così concreto, tra professione e dimensione esistenziale, è il suo rapporto con quella giovane arte che è concesso spazio solo all’ ironia o agli strali aguzzi quando c’ è da colpire qualcuno o qualcosa.

Non a caso, egli ama mettere l’ accento sulla professione di fotoreporter. Ma aggiungendo subito che ha sempre trovato tempo per sé. Cioè: per guidare il suo obiettivo, in modo diretto e totale, a favore delle sue esigenze espressive (ambitissime le sue mostre, anche se lui preferisce dedicarsi alla “costruzione” di un libro, e ne ha pubblicato parecchi). Qualche volta, apriti cielo.

Ad esempio, polemica con il filosofo e scrittore Fortunato Pasqualino. Questi, da cattolico, non aveva tollerato che il libro “Feste religiose in Sicilia” (1965, testi di Leonardo Sciascia e foto di Ferdinando Scianna), comunicasse la scarsa, se non assente, religiosità dei siciliani. Che fare? Sottolinea il valore artistico di quelle foto. Come dire: arte uguale fantasia, e non realtà.

«Gli dissi commenta in questo suo libro il fotografo – che artista sarà stato lui, visto che per lui era una specie di insulto».

Acuto di mente e di occhio, l’ artista, ma ventenne. E chissà che questo battibecco sulla figura dell’ artista non gli abbia lasciato qualche segno. Di sicuro ha stimolato la sua fresca arguzia e vis polemica. E giocherà. Schermendosi (come fotografo, «fortuna superiore ai miei meriti»), oppure, senza darlo a vedere, succhiando clorofilla dai maestri.

Accade per frequentazione (Cartier-Bresson, negli anni in cui fa fa il corrispondente da Parigi; o il non ancora famoso Milan Kundera). Accade anche per rapporto indiretto (il lavoro di August Sander).

A circa 15 anni dalla prima edizione, Scianna ripropone questa raccolta di testi relativi a una cinquantina d’ anni di attività di scrittore.

“Piccole polemiche sui massimi sistemi”, nella prima parte, e problemi di fotografia che emergono nella trattazione di singoli fotografi.

Eh sì, fotografo che parla dei colleghi. Nessun piglio critico serioso. Tanto, quello che occorre dire, sul piano tecnico e dei valori, viene detto lo stesso (e forse ancora una volta fa capolino l’ espressione ‘”artista c’ è lei” indirizzata a Pasqualino).

Scianna è un fotografo che pensa. E scrive, non per celebrarsi, ma per comunicare, stavolta con la “camera chiara” della pagina scritta. Per lui la fotografia non è solo vedere, ma “sentire anche, pensare il mondo e la vita”.

E accade che la sua scrittura tesa a dire la “cosa”, semplice, quasi salottiera, ma concisa ti intrattenga, tra un sorso e l’ altro del tuo thé, su “invenzione di Madonna” o “Analogico addio”.

Oppure ti rapisce nei meandri del laboratorio o del pensiero di tanti fotografi, a cominciare dal “suo” Henri Cartier-Bresson.

E solo dopo tempo ti renderai conto che ti ha propinato lezioni di estetica, come quando ti fa capire che l’ obiettivo è “ambiguo”. Perché l’ arte, diversamente dalla politica, è ambigua per ragioni di bellezza e godimento.

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