Ficarra, il vescovo della diaspora: quella di Sciascia (forse) non è l’unica verità

Il parroco di San Giorgio di Gioiosa Marea, studioso ed autore di testi sul tema, riconosce allo scrittore di Racalmuto il merito di aver sottratto all’oblio la storia di un prelato vittima di una grande ingiustizia. Ma non è l’unica verità…

PATTI. In partibus infidelium è un’espressione appartenente alla Chiesa cattolica utilizzata per indicare un Vescovo costretto a lasciare la propria diocesi, solitamente allorquando il territorio di quest’ultima veniva attratto nella sfera di popolazioni non cattoliche.

Nella prassi, dunque, si tratta della circostanza di un Vescovo titolare di una “diocesi fittizia”, munito del solo titolo formale.

“Dalle parti degli infedeli”, però, è anche uno dei più dibattuti testi di Leonardo Sciascia il quale, nel 1979, si occupò dell’insolita ed intricata vicenda di Monsignor Angelo Ficarra, a capo della Diocesi di Patti dal 1936 al 1957 e successivamente divenuto, per “promozione” della Santa Sede, Vescovo “in partibus infidelium” di Leontopoli di Augustamnica, località individuabile a circa 30 km da Il Cairo.

Uomo di preghiera e cultura

Così brevemente descritta, la vicenda potrebbe anche non suscitare un vivo interesse ed apparire quasi banale.

Ma la banalità, in questo caso, c’entra davvero poco. Mons. Angelo Ficarra, nato a Canicattì, uomo di preghiera, raccoglimento e grande studioso in ambito umanistico (i suoi studi, tra cui quelli su San Girolamo, suscitarono grandi attenzioni), non ebbe certamente vita facile negli anni del suo episcopato pattese.

E Leonardo Sciascia pone al centro del suo testo proprio questa dimensione.

Lo scrittore, evidenziando soprattutto la matrice politica degli avvenimenti, ripercorre quello che appare come un duro ed aspro scontro, con colpi di fioretto e di sciabola, tra il Vescovo ed il Vaticano e, nella specie, con la Congregazione Concistoriale.

Le raffinate ma pungenti missive inviate a Mons. Ficarra dal Cardinale Piazza sono uno dei fulcri dell’indagine sciasciana; in esse, quasi in una sorta di crescendo, al Vescovo di Patti vengono esposte preoccupazioni e perplessità sulla gestione delle “cose” della diocesi.

Probabilmente, anche fino a questo punto, potrebbe trattarsi di un legittimo disaccordo non tale da destare eccessiva curiosità.

Eppure, si è accennato ad una matrice politica: Sciascia, in sostanza, espone la tesi secondo cui gli affari pastorali non fossero i reali motivi del forzato addio di Ficarra alla diocesi pattese.

Gli avvenimenti sarebbero stati molto più vicini al profano che al sacro, giacché quest’uomo così avvezzo allo studio ed all’autenticità della fede cristiana si sarebbe macchiato, secondo questa ricostruzione, della colpa di essersi disinteressato dei destini politici del partito della Democrazia Cristiana nel territorio appartenente alla sua “competenza”.

La gestione della diocesi

Tradotto in termini più semplici, non avrebbe contribuito a far ottenere alla “balena bianca” locale la vittoria nelle competizioni elettorali del periodo.

Dunque, la ricostruzione di Sciascia fa leva su lettere anonime redatte con ritagli dell’Osservatore Romano, assemblee di partito a mo’ di j’accuse nei confronti dell’alto prelato, sui libelli di critica più o meno esplicita; ma, soprattutto, sulle crescenti pressioni che dal Vaticano venivano rivolte a Mons. Ficarra, cariche di disapprovazioni in merito alla non adeguata gestione di una diocesi che, stando alle notizie che man mano giungevano a Roma, versava in condizioni precarie e, ormai, non più accettabili.

Così, dietro ai toni cortesi delle comunicazioni ufficiali si celava l’idea che il Vescovo non fosse più in grado di “avere la situazione in pugno”, tanto che venne deliberata la nomina di un ausiliare “sede plena”, Mons. Pullano (che diverrà, successivamente, Vescovo di Patti).

Questi, di fatto, esautorò Ficarra dalle funzioni episcopali, fino alla sopra detta “investitura”, dal sapore di un promoveatur ut amoveatur, ad Arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica.

Molto semplicemente, Sciascia esprime la convinzione che Ficarra abbia subito questo allontanamento, deciso dal Vaticano, per questioni essenzialmente di natura politica.

Una tesi… a metà

Eppure, la tesi avanzata dallo scrittore di Racalmuto non convince proprio tutti, probabilmente per il quasi esclusivo approfondimento delle sole motivazioni politiche alla base del “caso Ficarra”, tant’è che alcuni si sono esplicitamente espressi in chiave critica.

Tra questi, Don Pio Sirna, Parroco di San Giorgio di Gioiosa Marea, studioso ed autore, tra gli altri, del testo “Il magistero episcopale di Mons. Angelo Ficarra negli anni 1941 – 1953”.

«Senza dubbio» afferma Don Pio «Sciascia ha il merito di aver posto l’accento su una questione che, altrimenti, avrebbe corso il rischio di essere dimenticata.

Però, la tesi di fondo secondo cui Mons. Ficarra sia stato sollevato “di peso” e sic et simpliciter dal governo della diocesi perché non diceva di votare Democrazia Cristiana è, per certi aspetti, anche molto banale.

Innanzitutto perché, alle elezioni nazionali, quella di Patti risultò essere una delle diocesi più “bianche”; in realtà, la vera questione era che la Dc pattese dell’epoca, forse, non era all’altezza e non aveva un forte aggancio sociale; inoltre, va considerato il contesto da cui si proveniva, cioè la caduta del Fascismo, la fine della guerra e la ricostruzione, dunque una fase in cui anche l’impegno dei cattolici in politica non era così ben definito come si potrebbe pensare.

La nomina a Leontopoli

Anche la vicenda sottesa alla nomina di Ficarra ad Arcivescovo di Leontopoli non è esattamente dovuta al fatto che quest’ultimo non si fosse occupato di politica nel territorio della diocesi.

Tra l’altro, la ricostruzione dell’accaduto è possibile solo in parte: questo perché alcuni documenti sono disponibili ma altri, specie quelli dell’Archivio della Congregazione, non sono ancora pubblici.

Non sappiamo, ad esempio, quali risposte abbia dato Ficarra alla Congregazione (mentre conosciamo ciò che quest’ultima scriveva).

La verità è che Mons. Ficarra non era un “politicante”, ma aveva prospettive e visioni diverse.

Era uno studioso, un uomo di cultura, ma non avulso dalla realtà ed anzi, dai testi della sua biblioteca, emerge che le faccende della “vita quotidiana” erano da lui ben seguite. Probabilmente, negli “scontri” che si verificavano a livello più prettamente politico, Ficarra era colui che “ci andava di mezzo”, ma senza una ragione ben precisa e netta.

E’ bene ricordare che questo Vescovo era percepito come santo e dotto e che dal libro di Sciascia emerge la figura di un uomo di cultura completamente assorto dai suoi studi. In verità, conosceva bene ed era molto vicino alle vicende del popolo della sua diocesi.

Malelingue trascurate

Mons. Ficarra, inoltre, era cosciente che le accuse che gli venivano mosse erano ingiuste.

Il vero fatto fu che alla Congregazione pervenivano, dalla diocesi, costanti lamentele, facendo così intendere che al Vescovo la situazione fosse sfuggita di mano. Ficarra, a questo punto, fece probabilmente l’errore di non prendere troppo sul serio le “malelingue” della provincia e non percepì anche che il vero oggetto del malcontento non fosse lui, bensì altri.

Ovviamente, non prese di buon grado la proposta di accettare un ausiliare.

Si tentarono tutte le strade, finché il provvedimento fu preso d’ufficio. Sicuramente, per Ficarra, fu una vicenda amara.

Pertanto, a mio avviso, Sciascia ha avuto il merito di cui parlavo prima (e di aver scritto un buon libro!).

Questa vicenda di cui fu protagonista Mons. Ficarra non fu bella e, in fin dei conti, si rivelò sicuramente ingiusta nei suoi confronti. Ma, per i motivi detti, la ricostruzione sciasciana va corretta, perché non si può parlare di una mera questione politica né di improvvise ed arbitrarie ingiustizie commesse dalla Santa Sede.

Al netto di tutto, resta il magistero profondo di questo Vescovo, la sua vocazione alla sfera educativa e pedagogica, la capacità di esercitare di una fede consapevole e la sua grande cultura».

Da un lato, quindi, c’è l’inconfondibile stile di Leonardo Sciascia e la sua capacità di svelare quanto si cela dietro il sipario di una schematica verità ufficiale; dall’altro, una critica ed un’analisi che, indagando ulteriori aspetti, vuole evitare ogni banalizzazione di stampo politico.

La certezza è che non sia finita qui e che questa intrigante vicenda, nonostante il tempo trascorso, abbia ancora tanti risvolti da offrire all’indagine di chi vorrà tenerla viva.

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