Lo stile del leader, quando comandare era una virtù

In un’epoca di mediatizzazione della politica quel che non si apprezza più è proprio la capacità di attrarre comandando. Il rischio dell’omologazione e il confronto con i grandi leader del passato. Clinton, Reagan e ancora prima De Gaulle. E Blair e Prodi, perché no

MESSINA. Ho visto per la prima volta Donatella Campus, l’autrice de Lo stile del leader (il Mulino-Saggi, pp.221, euro 21) nella trasmissione di Lilli Gruber “Otto e mezzo”, nella quale – come si usa fare oggi – si faceva pubblicità al suo libro.

Ho così saputo che insegna Scienza politica e Comunicazione politica presso l’Università di Bologna. Il titolo del saggio mi è sembrato, però, subito anacronistico, cioè non consono all’attualità dove non mi sembra che esistano più veri leader o i leader di una volta.

Del resto la stessa Campus mi sembra convenire sul mio assunto, quando osserva sin dalla Introduzione che in un’epoca di mediatizzazione della politica (termine utilizzato per la prima volta da Mazzoleni e Schulz nel 1999), e io aggiungerei anche di crisi della politica stessa, quel che non si apprezza o percepisce più è appunto lo stile del leader e in conseguenza della sua leadership.

E, ammesso quindi che oggi si possa parlare ancora di “stile”, esso risulta sommerso dalla omologazione delle continue apparizioni in Tv di tutti i segretari di partito e di tutti i capi di governo della terra, che rende in conseguenza uguali tutti i cosiddetti leader, distinguibili semmai solo per l’utilizzo più o meno sfacciato della vendita del prodotto politico.

Insomma, se Donatella Campus appare sin dall’incipit consapevole che oggi “i leader vanno in televisione e diventano essi stessi mediatizzati, nel senso che impostano la loro comunicazione e i loro messaggi per attirare l’attenzione dei mezzi di informazione e apparire sotto i riflettori”, non mi sembra che da questa consapevolezza abbia tratto la conseguenza che soprattutto nell’era mediatica lo stile del leader non esiste più.

Da De Gaulle a Clinton

Altra cosa è definire – come fa l’autrice lo stile del leader quando a capo dei governi c’erano i Clinton, i Reagan e ancora prima i De Gaulle, Thatcher e perché no anche i Blair e i Prodi (noto quest’ultimo soprattutto per quell’aria da predicatore flautato che non lo lasciava mai), quando cioè esistevano ancora le ideologie e i leader mostravano, o addirittura esibivano, le loro caratteristiche umane e intellettuali.

Il break, tra la fine dello stile dei leader e la omologazione odierna sull’unico registro mediatico, avviene a parer mio con l’epoca in cui appare sulla scena politica internazionale Silvio Berlusconi, che utilizza le sue Tv per fare politica, propaganda e comunicazione in generale, apparendo quanto più può in Tv.

La strategia di Renzi

E, anche a questo proposito la Campus ammette che, quando sopraggiunge Renzi, ciò che lo accomuna a B. è “proprio la capacità di sfruttare gli strumenti di comunicazione in modo intenso e insistente”.

E ancora giustamente avverte che “Renzi ha in qualche modo raccolto il testimone, attualizzando questa strategia, introducendo tra gli strumenti comunicativi anche i social network, unico spazio nel quale Berlusconi non ha mai saputo muoversi in modo disinvolto”; e io aggiungerei per evidenti ragioni generazionali.

In conclusione, il saggio è comunque ricco di impegno e di approfondimenti – come suona il sottotitolo – sul piano del Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee.

Resta, tuttavia, il fatto che oggi questi personaggi, che aspirano ad essere ritenuti dei leader, anziché essere identificabili per un loro stile riescono soltanto a proporre artificiose argomentazioni per costruire false verità.

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