Talmud babilonese. Un (primo) volume per scoprire tradizioni, storia, regole del popolo ebraico

Le tradizioni, la storia e le regole di un popolo nel Talmud edito per i tipi della Giuntina di Firenze. Curatore del progetto Riccardo Shemuel Di Segni. La presentazione del volume è avvenuta il 5 aprile presso l’Accademia dei Lincei di Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella

MESSINA. È uscito per i tipi della Giuntina di Firenze il primo volume del Talmud babilonese, Trattato Rosh hahShanà (2016, pp.364, euro 40), curatore Riccardo Shemuel Di Segni.

Il progetto di tradurre il Talmud babilonese in italiano è frutto di un accordo tra la Presidenza del Consiglio dei ministri, Miur, Cnr e vi lavorano una cinquantina di studiosi sotto la guida di Rav Riccardo Shemuel Di Segni, che è anche il presidente del Consiglio di amministrazione.

In un messaggio di augurio il Rav Pinchas Goldschmidt, rabbino capo di Mosca e presidente della Conferenza dei rabbini europei si dice soddisfatto del progetto italiano che inizia col primo volume dedicato al trattato di Rosh haShanà, dedicato al calendario ebraico.

La presentazione del volume è avvenuta il 5 aprile presso l’Accademia dei Lincei di Roma alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dato a Cesare quel ch’è di Cesare, cioè dati i meriti agli artefici di questa impresa certamente “straordinaria”, come la definisce Clelia Piperno, Direttore del progetto, è giusto fare riferimento alla struttura del Talmud, che prevede la Mishnah (sec.III), scritta in lingua ebraica e il commento a questa, detto Ghemara, scritto in aramaico (sec. IV-VI).

Il contenuto è certamente sapienziale e si riferisce a tutto ciò che riguarda le tradizioni ebraiche (in esso sono racchiusi tutti i comportamenti che debbono rispettare gli ebrei nella loro esistenza, da quelli pratici, a quelli giuridici e spirituali).

Ne esistono due redazioni, una compiuta dai saggi della Terra di Israele (Talmud di Gerusalemme) e l’altra realizzata dai maestri di Mesopotamia (Talmud babilonese).

Torà scritta e orale

E, come si legge nella Introduzione del curatore Di Segni, “per ogni studio ebraico il riferimento essenziale è la Bibbia”, la cui prima parte, il Pentateuco, è chiamata “Torà scritta”, che significa appunto insegnamento scritto.

Accanto alla “Torà scritta” nell’ebraismo si è sviluppata la “Torà orale”.

E il curatore chiarisce che “alla fine del secondo secolo dell’era volgare dopo la perdita dell’indipendenza politica ebraica e la dispersione della Diaspora, i Maestri (fino a quel tempo chiamati «tannaìm») proprio per tutelare le tradizioni accumulate per secoli misero per iscritto il materiale raccolto e da qui nasce la prima parte del Talmud la Mishnà, essenzialmente un’opera che riguarda i rapporti giuridici del popolo ebraico”.

Però, il Talmud, come si è detto, nella sua interezza riguarda non solo la giurisprudenza, ma anche la storia delle religioni, la filosofia, la esegesi biblica, la scienza delle scienze, motivo per cui si configura non solo come un testo fondamentale per gli ebrei, ma anche come un libro al quale possono attingere tutti i popoli della terra.

Giustamente Giulio Busi nella sua recensione sottolinea che il Talmud non è stato scritto da scienziati, ma dai rabbini “ovvero maestri di tradizione…non sono sacerdoti (il Santuario non funziona più…). Non sono dignitari altolocati, spesso appartengono a una classe modesta: fabbri, calzolai, piccoli commercianti”.

E la loro forza e caparbietà sta nello stare insieme, fare gruppo e studiare.

Insomma, leggendo il Talmud si entra nell’interno di case dimesse, tra comari e pescatori, immergendosi nella quotidianità.

La Chiesa cattolica non poteva certamente tollerare la cocciutaggine degli ebrei che continuavano ad aspettare il Messia, quando il Messia per i cristiani era già venuto e si chiamava Gesù di Nazaret.

Per ciò varie furono nei secoli le bolle papali che condannavano al rogo il Talmud: si veda per tutte quella di Giulio III che nel 1553 ne fece un gran falò a Campo dei Fiori a Roma.

Va detto, però, che i tempi passano e i Papi pure e l’attuale Papa Francesco con un gesto che ha fatto discutere ha abbracciato nel 2012 il rabbino Skorka, una delle autorità religiose più alte per gli ebrei.

Ebbene, credo, invece, che il gesto di Papa Bergoglio debba essere apprezzato e interpretato come un invito all’apertura di un dialogo per una accettazione reciproca delle proprie religioni.

Solo con il confronto delle varie religioni si può giungere ad un incontro e forse alla riunificazione di un solo gregge e di un solo pastore secondo l’insegnamento di Gesù nei Vangeli.

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