Giornalismo, tutto Padellaro in un libro: «Ragazzi, si pubblica. Domani usciamo con Charlie Hebdo»

Una riflessione a ritroso in cui il presidente della Società Editoriale del Fatto quotidiano ripercorre le ragioni che l’hanno portato a combattere per un ventennio il Cavaliere. Ma Padellaro non dimentica affatto l’”opportunismo della sinistra”

MESSINA. Nella Collana del Fatto quotidiano, diretta da Marco Lillo, appare il saggio-racconto autobiografico di Antonio Padellaro il Fatto personale, sottotitolo Giornali Rimorsi Vendette (pp.164, euro 10,50). Padellaro, giornalista all’Ansa nel 1968, dal ’71 per circa 20 anni al Corriere della Sera, vicedirettore dell’Espresso, dal 2000 condirettore e poi direttore dell’Unità, nel 2009 cofondatore del Fatto quotidiano, di cui è stato direttore sino al gennaio del 2015, è anche autore di numerosi saggi in prevalenza politici.

Quel numero di Hebdo

In un momento in cui il giornalismo cartaceo, televisivo e on line dimostra di avere perso le caratteristiche dell’indipendenza e del giudizio critico, e di essere al 90% organico al potere, mi sembra quasi che Antonio Padellaro abbia chiesto la parola in un’assemblea nazionale – come suol dirsi – “per fatto personale”, che attiene cioè alla sua persona e personalità.

Padellaro, in quello che definirei una sorta di diario di bordo, dove si scrive ciò che accade quotidianamente senza reticenze perché prima di tutto si parla a se stessi, ricorda i suoi inizi come giornalista e sino alla cofondazione del Fatto, ma comincia il suo racconto dalla cena con Silvio Berlusconi e la Pascale, per passare poi ai rapporti con Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica e a quelli non molto sereni – per usare un eufemismo – con il presidente Napolitano nel periodo che lo ha visto direttore del Fatto quotidiano.

L’episodio certamente più drammatico tra quelli vissuti da Padellaro è stato quello della decisione, presa dopo avere ascoltato il parere dell’assemblea di redazione, di allegare insieme al Fatto il numero speciale di Charlie Hebdo, pubblicato il mercoledì successivo alla strage.

Insomma, valutati i rischi e sentite le opinioni di tutti, decise: “Ragazzi, si pubblica. Domani usciamo con Charlie Hebdo”.

E ancora Padellaro non rinnega neppure le sue origini: «…vengo da una famiglia “compromessa” (si dice così) nel ventennio. Mio padre è il più piccolo di sei fratelli, figli di un falegname di Mazzarino, nella provincia di Caltanissetta, al centro della Sicilia più povera e mafiosa».

Ma dichiara che a suo padre deve tutto: “Mi ha insegnato a essere ironico, anzi autoironico, insomma a non prendermi troppo sul serio…Gli devo la grande tolleranza per le mie derive sinistrorse”.

E anche deve al padre la spinta a fare il giornalista. Padellaro ricorda ancora che una volta quando scriveva per il Corriere della Sera chiese un’intervista a Giorgio Almirante, segretario del MSI:

“Almirante risponde a tutte le domande anche le più provocatorie, ma alla fine quando già sono con un piede fuori dalla porta mi chiede con un sorriso cattivo: «Mi tolga la curiosità, ma lei per caso è parente di quel Padellaro che era con me a Salò?»”

Con Travaglio e Colombo

Insomma, come si vede, il racconto dei quasi 50 anni di giornalismo di Padellaro si legge molto piacevolmente: dalla cena con Berlusconi e Pascale, col rammarico di essere stato in quell’incontro, e in altri precedenti, più cordiale che indignato come nei suoi articoli, alla cacciata dalla direzione dell’Unità, tenuta dal marzo del 2005 all’agosto del 2008, ad opera del segretario del Pd Veltroni, evidentemente perché non era stato prono a seguire le direttive prese al di fuori del giornale, ed anche a causa forse dell’intesa dello stesso Padellaro con i giornalisti sulfurei come Marco Travaglio e Furio Colombo, che poi fonderanno con lui il Fatto.

E il Fatto è in edicola col primo numero il 23/9/2009, dopo che l’interpellato Gianroberto Casaleggio, re del Web e della Rete, aveva preconizzato: “Durerà due o tre mesi” perché un giornale di carta non ha avvenire nell’era del Web.

Ma anche Eugenio Scalfari, con il quale Padellaro ha avuto rapporti da quando stava all’Espresso, temeva in qualche misura la nascita di un giornale come il Fatto che rischiava di prendere – nel panorama giornalistico – il posto che aveva avuto la Repubblica, fondata dallo stesso Scalfari, e che oggi si è trasformata in un giornale governativo.

L’amicizia con Colombo e Travaglio attraversa tutto il racconto e si conclude, per così dire, a pag.147, dove Padellaro riconosce che le diversità con Travaglio esistono, ma finiscono col completarsi e trovare una intesa su un punto: “Pensiamo entrambi che il peccato mortale di un giornale sia la noia. Se stanca, è sbagliato. Se innervosisce i lettori, funziona. E se li fa incazzare, ancora meglio”.

Il finale è una vera chicca di taglio cinematografico, stile anni Sessanta: “Mentre scorrono i titolo di coda, ricordo un giovane uomo che a bordo di una fiammante Alfa percorre al tramonto le strade della Maremma che portano al mare. L’indomani, sulla terza del Corriere della Sera uscirà, per la prima volta, un suo articolo. Dai finestrini aperti sulla sera si respira il tiepido profumo del successo. E tutto sembra andare bene”.

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