Marsala, i contadini della droga e quel precedente illustre: Totò Zizzo

Dalle piante ornamentali a un campo immenso di canapa indiana. L’ascesa di un anonimo muratore, Francesco D’Arrigo di 53 anni, riporta alla memoria l’epopea del boss di Partanna Salvatore Zizzo. Una carriera criminale con troppa droga e troppi amici a Roma

MARSALA. Seimila piante di canapa indiana scoperte in una zona di campagna a metà strada tra Marsala e Mazara del Vallo. Una vera e propria piantagione.

Come dire un business milionario per Francesco D’Arrigo, anonimo muratore cinquantaquattrenne di Partinico, che è in provincia di Palermo, ma vicinissimo al territorio trapanese.

Con questo appezzamento di terra, preso in affitto in contrada Sant’Anna, che sino a qualche anno fa aveva prodotto soltanto piante ornamentali, D’Arrigo pensa di avere risolto una volta per tutte i problemi economici della propria famiglia.

E già, perché la droga porta soldi, tanti. “Business is business”, dice la mafia americana, che lo ritiene uno dei canali più facili per moltiplicare i dollari. Già, gli affari sono affari.

D’Arrigo coltiva canapa indiana e non sospetta che tra quelle rigogliose piante di “fumo” sta per mettere le mani un investigatore dell’Arma dei carabinieri.

Si tratta di Silvio Mirarchi, 53 anni, maresciallo capo in servizio alla caserma di contrada Ciavolo, che la sera del 31 maggio, mentre assieme a un collega si trova a due passi dalla piantagione, viene ferito a morte con un colpo di pistola sparato alla schiena.

Ora, non sappiamo se D’Arrigo abbia avuto qualche ruolo nell’omicidio del sottufficiale dell’Arma. Ma una cosa è certa. Questa “erba” è già costata la vita di un uomo.

La Direzione centrale dei servizi antidroga spiega che la ‘ndrangheta calabrese è l’organizzazione criminale d’Italia più potente per la produzione di canapa indiana.

L’anno scorso nella sola provincia di Vibo Valentia sono state distrutte circa sedicimila piante. Un vero e proprio tesoro, per dirla con i trafficanti, perché nelle casse della ‘ndrangheta avrebbe portato una montagna di euro.

Dalla Calabria alla Sicilia, che gli investigatori indicano come territorio al secondo posto in fatto di produzione di “fumo”.

Il triangolo maledetto

Gli esperti del servizio antidroga puntano il dito sulle province di Ragusa, Catania e Trapani. E proprio nel trapanese, l’ultimo sequestro ingente è stato fatto a Calatafimi. Sotto sequestro è finita una piantagione che alla malavita organizzata avrebbe fruttato un guadagno di oltre trenta milioni di euro.

Come dire il fatturato di un’azienda con un centinaio di dipendenti. Gli investigatori dicono che in fatto di droga la zona di Trapani non è mai stata seconda a nessuna provincia siciliana.

Vicende che invitano i vecchi cronisti a sfogliare le pagine della memoria e rievocare storie che affondano le radici alla “preistoria” di Cosa nostra, ricca di personaggi che darebbero numerosi spunti a qualche sceneggiatore cinematografico.

Non è fantasia di chi scrive. Quindi, il lettore non storca il muso, perché è proprio così. Ancora qualche rigo e si capirà il perché.

Chissà cosa avrebbe detto del muratore Francesco D’Arrigo e dell’assassinio del maresciallo Silvio Mirarchi il boss Salvatore Zizzo, nato a Partanna nel 1907 e morto nel 1979.

Era tarchiato e aveva l’aspetto di un contadino vestito a festa. Nessuno avrebbe mai immaginato che fosse a capo di decine di picciotti senza scrupoli, pronti a eliminare a colpi di fucile caricato a lupara chiunque avesse solo tentato di ficcare il naso nei suoi affari.

Gli investigatori scrivono che Zizzo era davvero un esperto del “commercio” di sostanze stupefacenti. E (attenzione al particolare) avrebbe goduto soprattutto una serie di protezioni ad alto livello per scansare anni e anni di galera.

Gli atti dell’antimafia lo indicano come un boss mafioso siciliano al vertice di una vasta organizzazione internazionale di droga. Gli uomini dell’antidroga dicono che sino agli anni Settanta del secolo scorso mai nessuno riesce a incastrarlo e spedirlo al carcere a vita.

Eppure, è l’ideatore di un lungo “ponte” tra la Sicilia e gli Stati Uniti, dove fa arrivare centinaia di chili di eroina, prodotta proprio qui, in Sicilia.

Le protezioni di Zizzo

Si dice che Zizzo abbia goduto di protezioni anche in ambienti politici. C’è un episodio del 1961 che la dice davvero lunga. E’ il 24 settembre, lo stesso giorno in cui il Procuratore di Trapani, Carlo Alberto Malizia, propone l’invio di Salvatore Zizzo per il “confino” di polizia. La richiesta gli viene respinta.

Ma il passato di Zizzo parla chiaro, perché la bocciatura? Soltanto un paio di mesi dopo gli inquirenti scoprono che a garantire sulla rettitudine di Zizzo era stato un politico con amicizie importanti a Roma, che era anche al vertice della Provincia trapanese.

La pagine di storia giudiziaria ricordano che i precedenti di don Totò con la giustizia iniziano quando è ancora giovanissimo. Eppure, nonostante coinvolto in numerosi episodi criminali, subisce poche condanne e sempre per reati cosiddetti minori. Ha 24 anni quando viene denunciato per omicidio e associazione per delinquere.

Per qualche giorno c’è chi pensa che la carriera criminale di Zizzo sia finita. Ma due mesi dopo viene scagionato per mancanza d’indizi. Nel 1934 il suo nome viene scritto su un mandato di cattura per concorso nell’omicidio di Bartolomeo Perricone, potestà di Vita, paesino in provincia di Trapani.

Il provvedimento gli viene notificato dai carabinieri di Ustica, dove Zizzo si trova al “confino”, perché ritenuto pericoloso. E ancora.

Cinque anni dopo contro Zizzo e altre quattordici persone c’è un altro provvedimento giudiziario, che parla di associazione per delinquere. Ma anche questa volta, com’è già stato per l’assassinio del podestà di Vita, viene scagionato con la solita formula, che è una sorta di litania: “insufficienza di prove”.

Tre anni dopo c’è un’altra accusa. Questa volta si tratta di furto aggravato e il tribunale di Trapani lo condanna a 4 anni e 4 mesi. Niente di grave. Tra buona condotta e amnistia torna in libertà nel giro di tre anni.

È in circolazione da diverso tempo e traffica indisturbato con la droga quando nel 1952 gli piove addosso un’accusa pesante: estorsione, sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere.

Come dire che per Salvatore Zizzo è previsto il carcere a vita. Niente. Ancora una volta viene assolto per “insufficienza di prove”.

L’intimidazione e l’omertà giocano sempre a favore dei criminali. Vent’anni dopo, quando don Totò ha già 65 anni, viene inviato di nuovo al “confino”. Questa volta a Linosa. Ma gli investigatori scrivono che la lontananza dalla sua zona non gli impedisce di continuare a trafficare con l’eroina tra Sicilia e Stati Uniti.

Il calendario sfoglia le pagine del 1978 quando la sua “famiglia” subisce un colpo pesante. La cronaca ricorda che sulla strada per Alcamo viene arrestato un suo uomo: Filippo Puleo, mentre viaggia in auto con un carico di 5 chili di eroina.

Tre giorni dopo, a New York, gli agenti dell’antidroga sequestrano altri 3 chili e mezzo di “roba”. Gli investigatori della Dea scrivono che “la droga proviene dalla stessa zona della provincia di Trapani, al cui vertice c’è proprio Mr. Salvatore Zizzo”.

La seconda metà degli anni Settanta è davvero il periodo del declino di don Totò. Muore nel 1979, mentre si trova ricoverato in ospedale per un attacco di cuore.

Ma il business della droga tra la Sicilia e gli Stati Uniti non si ferma, perché da tanti anni, di pari passo con Zizzo, si muove un suo coetaneo, altrettanto potente.

Si tratta di don Gaetano Badalamenti, di Cinisi, al vertice di un colossale traffico, che gli investigatori americani “battezzano” Pizza connection.

Un appellativo coniato perché per lo smercio dell’eroina la mafia utilizza canali insospettabili, cioè le pizzerie aperte tra New York, Chicago, Filadelfia e Detroit.

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