Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo e un lungo rosario nell’ampia sala rococò

In un pomeriggio di maggio, nell’ampia sala rococò, sotto lo sguardo attento delle divinità affrescate, appena infastidite dalla recita del lungo rosario, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci presenta ne Il Gattopardo la famiglia dei Salina di Sicilia.

In un pomeriggio di maggio, nell’ampia sala rococò, sotto lo sguardo attento delle divinità affrescate, appena infastidite dalla recita del lungo rosario, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ci presenta ne Il Gattopardo la famiglia dei Salina di Sicilia.

Il Principe Fabrizio, anch’egli appena infastidito, seppur da una pallida macchiolina di caffè distesa sul panciotto bianco, si alza, inondando maestosamente il salotto, i presenti e le cose.

Queste prime pagine, dal contenuto antico e polveroso, sfoggiano ordine, onore, proprietà. O almeno, questo è ciò che Don Fabrizio vuole: che risplenda, fino al suo ultimo respiro, la luce del casato su cui egli comanda.

Superati però i primi movimenti e le prime riflessioni, il lettore s’accorge senza fatica di trovarsi nel bel mezzo di una rivelazione. La Sicilia, e con essa la visione di tutti i siciliani, è raccontata, condannata e assolta con l’intimità di una confidenza.

All’autore non mancano né il coraggio né la schiettezza e dalla sua penna le parole scaturiscono libere e critiche:

«…il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà. […]. Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare.[…] I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria».

Con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi, quell’aria di ribellione, che nell’Europa del 1848 cominciava già a diffondersi fino alle terre piemontesi, lambisce adesso anche le menti dei giovani siciliani e la consapevolezza di un nuovo futuro politico si fa spazio fra gli antichi stemmi.

Nel romanzo, sarà Tancredi, nipote favorito del Principe Fabrizio, ad avvertire questo cambiamento, a rifiutare la sempre più minacciosa decadenza e divenir complice della nuova realtà.

«Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?».

La Parte Settima merita una menzione a sé. In essa, il lettore assiste allo straordinario spettacolo dell’abilità narrativa di Tomasi di Lampedusa e memorabile sarà, infatti, l’incontro tra il Principe e la giovane dama vestita di marrone.

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