Un tuffo nelle “Piscine Terminali” con Enrico Gabrielli

Enrico Gabrielli è un musicista polistrumentista, noto al grande pubblico principalmente come una delle anime dei Calibro35, ma con all’attivo oltre 200 dischi in 14 anni di attività, molteplici e diversissime esperienze (dagli Afterhours ai Baustelle, The Winstons e Nada)  e collaborazioni con artisti di fama internazionale come Pj Harvey, Muse.

Inaspettatamente ha deciso di avventurarsi in un progetto letterario dal titolo “Le Piscine Terminali”, nelle librerie da maggio. Si tratta di una raccolta di racconti brevi di ambientazione fantascientifica, edito da EKT Edikit, che l’autore ha presentato anche in una tappa siciliana, a Catania il 2 giugno. In realtà non si è trattato di un colpo di testa improvviso, ma, come egli stesso dichiara, si è sempre ritenuto anche uno scrittore, nonché disegnatore (suoi sono i disegni che accompagnano il testo).

Cesare Basile e Enrico Gabrielli durante la presentazione del libro a Catania

Abbiamo scambiato 4 chiacchiere con lui. Ci ha parlato della sua carriera, la sua musica, il suo libro, i suoi progetti futuri. E su Accorinti ci ha detto che…

Dal pubblico sei conosciuto per i tuoi molteplici progetti e sperimentazioni musicali. Cosa ti ha spinto quindi ad inoltrarti in un terreno fino ad ora non battuto, quello della letteratura? E come mai la scelta del racconto breve?

Potevo bearmi dei risultati che la “popular music” mi ha dato e oziare in attesa del prossimo concerto, di una prossima sessione di studio di una prossima bevuta con gli amici, e invece ho impiegato due anni ad assemblare idee, organizzarle e compattarle in un progetto letterario. Questo dopo aver iniziato l’avventura, assieme a Sebastiano De Gennaro e Francesco Fusaro, di una collana discografica su abbonamento (19’40’’), dopo aver ripreso in mano gli studi di composizione al Conservatorio e dopo aver messo un freno parziale all’esperienza per me più redditizia fin qui intrapresa, i Calibro 35. Penso che la gente non capisca bene fino in fondo perché faccio questo o quest’altro. Sto molecolarizzando la mia attività e questo comporta una progressiva perdita di capacità nel convogliare informazioni al pubblico (se esiste). Eppure sono sempre più convinto che tutto questo gran daffare nello scrivere musica, nel disegnare, nel pubblicare libri e nel divulgare sia figlio di un unico concetto espressivo: fare è disfare. Se non fosse così sarebbe tutto fermo, una linea retta, una superficie perfettamente liscia, il silenzio totale. Ma non esiste una linea perfettamente retta in Natura, né l’assenza dei suoni, né un piano di appoggio senza minime increspature. Arrendendomi, dunque, alla (mia?) Natura ho fatto anche altro. Malgrado l’Italia sia stata Culla del Rinascimento, nutriamo forte diffidenza verso l’atteggiamento poliedrico: sotto sotto essere “multiformi” tra i musicisti significa essere dispersivi. Questa opinione deriva da un falso dogma sulla identità dell’artista che dovrebbe ricercare cose come il “vero” o il “bello” o altre categorie estetiche fraintendibili con il loro stesso senso contrario. La letteratura permette di avere più tempo per ragionare sulle cose.  Il lettore sa che deve essere paziente, ed è l’esatto opposto di ciò che si richiede all’ascoltatore di musica. In più la lettura è una faccenda privata ed è interessante rivolgersi alle persone una ad una, raccontargli qualcosa senza il tramite sonoro. Per farlo ho scelto il racconto malgrado io non ne sia appassionato (tolto che in questo periodo il racconto è fuori moda); questo perché la stesura di un romanzo richiede una vita sedentaria e una regolarità nell’esercizio dello scrivere. Banalmente serve una scrivania per scrivere di luoghi lontani. Viceversa non funziona. Da molti anni vedo molti più sedili di furgoni che scrivanie. Ecco il perché di un’antologia di racconti. Il giorno in cui me ne starò a casa di più del solito affronterò la forma romanzo.

Parlaci delle tue influenze letterarie che stanno alla base di questo progetto e  che ti hanno maggiormente ispirato.

Quando ero adolescente non leggevo un cavolo. Il blocco probabilmente fu sciolto dalla lettura di un libro di Philip K. Dick dal titolo Utopia andata e ritorno (The Unteleported Man), romanzo che procedeva incalzante fino alla pagina 100 per poi aprire un plot completamente parallelo con gli stessi personaggi e senza alcun senso consequenziale. Dopo una settantina di pagine ritornava sul binario e la storia finiva. Ricordo che non ci capii niente ma da lì divenni un vorace lettore di fantascienza classica e distopica: Asimov, Bradbury, Clarke, Gibson, Zamjatin, Orwell, Axley insomma tutti i basilari. Poi tantissimo Verne e Wells e da lì passai al giallo (con le care vecchie edizioni dell’Unità di Simenon, di Doyle, di Chandler), e poi la narrativa con la “N” maiuscola che è inutile elencare. Dietro a Le Piscine Terminali c’è un amore incondizionato per la serie televisiva inglese Tales of Unexpected tratta dai racconti “dell’imprevisto” di Roal Dahl, racconti spesso incentrati su pochissimi personaggi e ambientati in contesti domestici inquietanti. Altri inevitabili riferimenti sono stati i racconti di Buzzati e Ranocchi sulla Luna di Primo Levi. Infine pago il pegno di stima incondizionata verso l’opera di Valerio Evangelisti da cui ho avuto l’onore di una breve ma significativa prefazione.

Bob Dylan una volta ha dichiarato che “la fantascienza è diventata il mondo reale, che ce ne accorgiamo o no”. Ti rispecchi in questa affermazione?

Presumo il signor Zimmerman intenda dire che, dal punto di vista tecnologico, il “reale” è divenuto simile a certe previsioni fantascientifiche. Per quel che concerne Le Piscine Terminali non si parla quasi mai del tipo di scienza tecnologica che tanto va per la maggiore nei moderni film e nelle serie come Black Mirror. Credo che molta buona fantascienza abbia a che vedere con il metafisico o la complessa condizione dell’individuo in relazione al paradosso o alla società. Ad esempio il mio editor Giorgio Majer Gatti  mi regalò Cancroregina di Tommaso Landolfi, che racconta la storia di un uomo intrappolato dentro ad una macchina infernale: più che fantascienza però prende le tinte fosche di un dramma kafkiano. Mentre i racconti di Giorgio Falco intitolati L’ubicazione del bene a mio modesto giudizio sono talmente paradossali da trasformarsi quasi in una fantascienza carveriana. Dire “fantascienza” è un po’ come dire “punk”, in cui all’interno coesistono infinite declinazioni del genere. Al signor Zimmerman la prossima volta chiedere di essere un po’ più specifico.

Si ha l’impressione, leggendo il libro, che a prevalere siano toni piuttosto cupi e amari, un certo pessimismo sui tempi moderni e sul futuro dell’umanità. Era questo che volevi trasmettere ai lettori? 

La brevità è un concetto che richiama l’idea di un finale prematuro. A nessuno si augura una “bella” vita breve, o una “bella” esperienza breve: lo dice il termine stesso. Il concetto di “Bello” (o di “buono”) e quello di “breve” non vanno d’accordo. La lunghezza invece rappresenta la possibilità di esprimere fino in fondo un arco narrativo pulsante. In un racconto non descrivi una vita intera ma solo uno spicchio e non descrivi nel dettaglio una persona ma soltanto una manciata di azioni determinanti. In un racconto il destino è segnato e nella maggioranza dei casi è uno dei centri focali della storia. Le Piscine Terminali in pratica sono una collezione di destini. “Destino” è un concetto che indica anche l’ultima fermata di un mezzo di locomozione. Come un treno che raggiunge una stazione terminale. O un nuotatore in una piscina terminale…

Considerata la varietà di progetti che ti tengono sempre occupato, dove hai trovato il tempo per scrivere? Ci sono specifici momenti della giornata che riservi allo sfogo della scrittura?

Questo libro l’ho scritto per intero nel mese di agosto 2015, nella casa dei miei nonni in Toscana. Quel luogo, apparentemente, è la cosa più ancorata nel passato che ci sia, ma essendo stato il luogo dove ho cominciato ad ingozzarmi di fantascienza mi ha innescato tantissime reazioni emotive. Avevo scritto in un mese una cosa come ventitré racconti, lavorando ore ed ore come un idiota e cestinandone un discreto numero. Nei due anni successivi ho cercato una casa editrice (la Rizzoli o l’Einaudi non busseranno mai alla mia porta) e trovata Parallàxis, uno splendido magazine che ha chiuso ormai da circa un anno l’attività, iniziai con alcuni di loro un complesso lavoro di editing. Sono anni che scrivo, specialmente su quaderni, una vecchia usanza che aveva quel geniaccio matricolato di Alessandro Fiori. Dopo che ho aperto un blog (www.per-iscritto.com) e che ho fatto “outing” sulla faccenda dello scrivere e del disegnare, non mi faccio problemi col dire che scrivo quotidianamente e obbligatoriamente. Anche solo un brandello, una frase, una sentenza; tutti i giorni. Specialmente in tour quando mi struggo di noia suicida. Se non avessi lo scrivere sarei subissato dalla routine. E addio serenità.

Accantonando per un attimo il libro, di recente hai vissuto un’esperienza musicalmente molto interessante collaborando e andando in tour con un’artista del calibro di PJ Harvey, anche lei tra l’altro autrice di un libro (di poesie). Cosa ci puoi raccontare su questa esperienza? Come ti ha arricchito?

Sono in tour da aprile del 2016. Mi guardo indietro e vedo una serie infinita di ricordi dal valore incalcolabile. Ogni volta che finiamo una trance di tour torno a casa vagando in un liquido amniotico e mi chiedo “dove sono”? “Dove sono stato”? “Cosa ho fatto”? Mi sono dovuto appuntare molte cose per ricordarmele perché altrimenti sarebbero perse nei recessi della memoria. Migliaia di informazioni, mille pubblici differenti. E un contrasto disturbante con la mia grande/piccola Italia, dove le grandi cose qua sono un granello di sabbia insignificante all’ombra del primo festival americano, europeo o australiano. Ho toccato con mano la vastità dell’oceano, delle lingue e dei panorami politici e ormai i parametri di cos’è “piccolo” e di cos’è “grande”, di cosa “piace” o cosa “non piace” sono cambiati per sempre. Dopo che io e Sebastiano abbiamo suonato quest’anno con gli Esecutori di Metallo su Carta sul palco del MIAMI, Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica, ndr) ha detto “certo che fate proprio musica scacciafighe”, intendendo (penso) un qualcosa dentro una scala di valori in ribasso. Sì, probabilmente saremmo più adatti a suonare all’Øyafestivalen di Oslo o al Classic:NEXT di Rotterdam. Che ci vuoi fare?

Quali sono i tuoi prossimi progetti  musicali per questo 2017?

19’40’’ (www.19m40s.com) a tutta forza! Ad agosto la terza importantissima uscita dal titolo Il Picchio. Mentre con i The Winstons stiamo finendo in mix della quarta uscita di 19’40’’ prevista per dicembre: Pictures at an Exhibition, tra l’originale pianistico di Modest Mussorgsky e la versione pomp and circumstance di Emerson, Lake and Palmer. E intanto stiamo lavorando sodo al secondo album originale…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hai all’attivo moltissime collaborazioni con svariati artisti dalle più diverse influenze musicali. Quali sono quelle che più di tutte hanno lasciato il segno su di te, professionalmente e umanamente?

Per ora PJ Harvey è, giocoforza, l’artista a cui sono più vicino: con lei sto portando avanti il tour più lungo, profondo e introspettivo della mia vita. Ho splendidi ricordi di Mondo Cane, spalla a spalla con quel frullatore di idee Mike “Michele Pattone” Patton. Ma i forti legami di amicizia, di fratellanza e di affetto sono riservati ai The Winstons, all’Orchestrina di Molto Agevole, agli Esecutori di Metallo su Carta, alla 19’40’’, ad Unità di Produzione Musicale, ai Mariposa (ovviamente!), tutte diverse manifestazioni di una stessa grande famiglia. Senza le persone che la compongono sarei un artista completamente solo.

Sei stato più volte a Messina e la domanda è d’obbligo: cosa pensi del sindaco Accorinti? 
Penso a “peace, no war, no war”. E metterei un nome di un politico qualsiasi prima di questa frase.

A cura di Alessandra Timmoneri e Sebiano Chillemi.

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