Nuovo museo, ma quale evento

Sono esterrefatta! Ben sei politici, presenti e parlanti all’inaugurazione della nuova sede del Museo di Messina, hanno espresso il loro entusiasmo perché finalmente la cittadinanza messinese avrebbe la possibilità di conoscere i capolavori di Antonello e di Caravaggio che vi si conservano.

A ciò io rispondo subito che, avendo insegnato Storia dell’Arte a Messina dal 1974, prima con parziali insegnamenti, poi con regolare cattedra, fino al 1995, anno in cui mi trasferii a Palermo, visitavo regolarmente e frequentemente con i miei studenti il Museo di Messina che, dal dopo terremoto del 1908, era ospitato nella leggendaria Filanda Mellinghoff. Una bella sede alla quale confesso vanno alcuni rimpianti miei e di altri. Una sede, infatti, più facilmente accessibile e riposante, perché disposta su un unico piano terra e con un piacevole sbocco sulla terrazza interna; e prendo qui l’occasione per ripetere una mia obiezione già altre volte espressa all’ordinatore della nuova sede riguardo alla abolizione della preziosa quanto eccezionale parete costruita con i campioni degli stupendi marmi mischi messinesi (molto più raffinati di quelli delle chiese di Palermo) che era collocata appunto nella vecchia sede e ora è smembrata e non ha più l’originario risalto. Voglio dunque sottolineare che, anche nella vecchia sede, i giovani (e anche i vecchi) hanno potuto conoscere i capolavori del Museo messinese. Se avessero voluto, e per anni. Io credo che i direttori e gli ordinatori che vi si sono succeduti negli anni, quelli morti e quelli ancora viventi, abbiano il diritto che ciò venga ricordato. Ma stranamente nessuna voce si è levata su ciò. Mentre, altrettanto stranamente, c’è stato chi, non avendo capito che questo è stato sempre un museo d’arte medievale e moderna, ha tuonato contro la non esposizione e la mancata valorizzazione, in passato, dei reperti archeologici. Evidentemente i messinesi non sanno che abbiamo sempre aspirato ad avere un museo archeologico. E ancora io personalmente ne sono testimone, poiché, tra gli anni Settanta e Ottanta, volendo dare allo Stato la collezione di monete raccolta da mio padre, ho dovuto, con l’intervento del compianto archeologo Giacomo Scibona, darla al Museo di Siracusa, l’unico che allora poteva catalogarla ed esporla. Insomma, intorno a questa manifestazione odierna, piuttosto che un pacato e giusto apprezzamento della stessa nella realistica conoscenza dei fatti, si è rivelata da parte dei messinesi una indecorosa disinformazione da cui è nata una grande confusione. E poi abbiamo dovuto ascoltare da parte dei detti politici il ritornello sulla presenza di Antonello e Caravaggio, Antonello e Caravaggio!!

Ma si fossero documentati, anche solo un poco! nel Museo di Messina c’è anche molto altro, e ci sono delle esclusività. Ricordo che Federico Zeri, che ho l’orgoglio di avere introdotto io per la prima volta a Messina, vi tornò varie volte, e sempre visitava il Museo ed era interessato soprattutto alle testimonianze medievali, tra le quali diceva di fare delle scoperte interessanti. E che dire di alcuni pittori messinesi del Seicento e soprattutto della pittura messinese del Cinquecento, con la importante presenza di Alibrandi e di Polidoro e dei polidoreschi, pittura poco nota nel continente italiano prima che nel 1993 uscisse il mio libro sulla pittura messinese del Cinquecento, pittura che io avevo studiato proprio nel nostro Museo. E che dire della presenza del lombardo leonardesco Cesare da Sesto ? In seguito, e fino ad oggi, ho appurato peraltro che il mio libro, letto anche negli Stati Uniti, non è stato letto a Messina. Ho potuto dedurre ciò dal fatto che molti anni dopo un giovane giornalista della “Gazzetta del Sud” scrisse di avere scoperto un quadro interessante nel Monastero dello Spirito Santo, ma del quale non si conosceva l’autore(!!). Telefonai a quel giornalista dicendogli che nel mio libro avevo non solo dato un nome all’autore di quel quadro, Giovannello da Itàla, ma avevo scoperto un pittore antonellesco al quale erano attribuibili chiaramente molti altri dipinti messinesi ma che fino ad allora avevano avuto altri e differenti nomi. Gli chiesi inoltre di fare un chiarimento sullo stesso giornale, chiarimento che non venne mai, ma questa è un’altra storia, anche se è collegata con ciò che ho detto e che ancora dirò.

Dunque, Antonello e Caravaggio, per i nostri politici, che non si sono neppure disturbati di informarsi meglio sul Museo che inauguravano; ma d’altra parte costoro non conoscono neppure Antonello e Caravaggio, come non sanno che l’Annunciata di Antonello da molti anni soffre di una salute precaria e non deve essere esposta a rischi anche climatici: un quadro che, su diktat dei politici siciliani e nonostante i pareri opposti dei tecnici, è stato cinicamente esposto a Taormina in omaggio a quei politici internazionali, anche loro del tutto ignari e supponibilmente indifferenti su chi sia Antonello. Per tornare alla cerimonia (per carità, ripeto, non chiamiamolo evento) del 17 giugno scorso,
bisogna comunque lodare l’impegno di Caterina Di Giacomo e del suo staff (e io sono la prima a farlo, anche perché le sono vicina), le sue fatiche personali e anche i suoi indovinati incontri politici,
con i quali è riuscita a inaugurare la nuova sede. Debbo anche dire che l’organizzazione della cerimonia è stata ammirevole: altoparlanti perfettamente funzionanti, numerosi posti a sedere, controllo assoluto dell’afflusso dei visitatori, ne hanno fatto un avvenimento perfetto e piacevole. E, nonostante la numerosa affluenza, tutti hanno potuto godersi un bel pomeriggio in un luogo già di per sé incantevole, senza alcun inconveniente. Ma ai cittadini messinesi accorsi in massa (e anche a coloro che ne hanno scritto sulla stampa locale) voglio rivolgermi dicendo che dovrebbero semplicemente vergognarsi di avere ignorato, e di non avere mai degnato di altrettanta presenza la vecchia sede. Questa odierna eccezionale partecipazione mi fa sorgere il triste sospetto che la massa sia stata attratta dalla presenza
di un ministro (non importa quale, in questo caso peraltro, piuttosto che Franceschini, uno che non ha alcun rapporto con i Beni Culturali, probabilmente imposto solo da un gioco politico), e, cosa ancor più grave, allettata dall’accesso gratuito! Non certo dalla “fame di cultura”, come è stato detto con espressione retorica, una “fame” che in realtà sarebbe stato agevole spegnere anche in passato. Mi si perdoni la ferocia nei confronti dei miei concittadini, ma si rifletta su ciò che ho scritto. E comunque si
rispetti l’entusiasmo di Caterina Di Giacomo, alla quale voglio augurare che il suo ottimismo in una futura affluenza a pagamento ne senza ministri, abbia un reale riscontro.

 

Teresa Pugliatti

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