Se il fisco diventa leggero

Nei giorni scorsi i principali quotidiani economici hanno dato ampia eco alla proposta formulata di recente dall’Istituto Bruno Leoni di introdurre una radicale modifica del sistema fiscale, che si caratterizza, tra l’altro, dalla soppressione dell’attuale carattere progressivo dell’Irpef a favore della previsione di un’aliquota proporzionale sul reddito complessivo delle persone fisiche, fissata nella misura del 25 per cento. Una proposta che ha immediatamente innescato un ampio dibattito tra studiosi e tecnici della materia che si è diviso tra sostenitori e oppositori. Dobbiamo premettere che l’Istituto Bruno Leoni è una organizzazione
indipendente dai partiti politici, nata nel 2003 con lo scopo di dare un contributo al dibattito pubblico su questioni che attengono alla cultura politica italiana ed in questa misura è certamente da accogliere positivamente l’iniziativa assunta, al di là della condivisione o meno dei contenuti. Il tema oggetto della proposta del citato Istituto, per ciò che attiene all’aspetto di cui specificamente intendiamo occuparci, non è certo nuovo, né recente. Dell’eccessivo livello di pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche, determinato dall’attuale tassazione progressiva che prevede un’aliquota variabile dal 23 al 43 per cento al crescere del reddito, se ne parla da almeno un ventennio e va ricordato che il tentativo di intervenire in modo sostanziale sulle aliquote Irpef era stato già fatto nell’ambito della riforma fiscale del 2003, varata dal ministro Giulio Tremonti, che prevedeva infatti l’istituzione di due sole aliquote del 23 e del 33 per cento sui redditi rispettivamente inferiori e superiori a 100.000 euro. Tale riforma, tuttavia, è rimasta inattuata per la parte relativa all’Irpef, mentre ha visto la luce quella relativa all’imposizione
sui redditi societari (Ires), e ciò per ragioni di equilibrio del bilancio pubblico piuttosto che per le implicazioni teoriche che suscitava il netto ridimensionamento della progressività.

Orbene, oggi la proposta in discussione sembra spingersi ancora più in avanti, prevedendo l’imposizione sul reddito con un’unica aliquota proporzionale del 25 per cento; tassazione che nei paesi anglosassoni viene definita flat tax. A ben vedere, però, essa parimenti fissa un sistema di deduzioni dal reddito che si assesta nella misura di 7.000 euro, per poi crescere in presenza di nuclei familiari numerosi grazie ad una scala di equivalenza. Ed allora, di fatto, cambia il volto della progressività: si passa da un sistema di progressività per incremento di aliquota ad un sistema di progressività per deduzioni. Attraverso questo nuovo sistema, secondo l’Istituto, si andrebbero a rafforzare la tutela dei segmenti svantaggiati della popolazione, facendo sì che il Fisco diventi più efficiente ed equo. Prima di formulare un giudizio sulla proposta, è importante notare che il principio di progressività dell’imposizione fiscale, che vuol significare in parole povere far
pagare più tributi applicando una percentuale più elevata a coloro che possiedono una maggiore capacità contributiva, è espressamente previsto nell’art. 53 della Costituzione e come tale non può essere disatteso. Va, però, considerato che la citata norma costituzionale non declina alcuna tipologia di progressività, lasciando libero il legislatore ordinario di scegliere tra la “classica” progressività per incremento dell’aliquota d’imposta e la progressività per deduzioni dall’imponibile, ovvero ancora per detrazioni dall’imposta da versare. In atto l’Irpef combina le forme di progressività per incremento dell’aliquota e per detrazioni; ed infatti, come detto l’aliquota è progressiva per scaglioni di reddito dal 23 al 43 per cento ed inoltre sono assegnate “detrazioni soggettive” per familiari a carico e “detrazioni oggettive” per i titolari di redditi di lavoro dipendente ed autonomo, che diminuiscono al crescere del reddito. Sembrerebbe, quello attuale, un quadro lineare ed equo, ma in realtà così non è. Nel corso del tempo, invero, il reddito imponibile Irpef è stato eroso da forme di tassazione sostitutiva con aliquote proporzionali nella misura del 26 per cento.

Pertanto, non tutti i redditi dei contribuenti scontano l’Irpef, in quanto alcuni sono tassati in modo sostitutivo/ agevolato. Facciamo qualche esempio: i redditi
di capitale, e tra questi gli interessi su depositi e su obbligazioni, i dividendi e gli utili di partecipazione in società, etc., scontano in molti casi la tassazione sostitutiva nella misura del 26 per cento; i redditi connessi a locazioni di immobili tra privati scontano la tassazione sostitutiva nella misura del 21 per cento; e così via. Insomma, gli unici redditi su cui si applica pienamente la tassazione progressiva sono i redditi di lavoro dipendente ed autonomo. Da ciò conseguono le critiche mosse al sistema attuale e l’avvicendarsi di proposte di riforma che parificano la tassazione di tutti i redditi di una persona fisica o comunque smussano le marcate differenze in atto esistenti. Vi è da dire però che le ipotesi di tassazione sostitutiva, che hanno messo in crisi la progressività dell’Irpef non sono state introdotte senza una ragione, altrimenti sarebbero state dichiarate incostituzionali per violazione dell’art. 53 della Costituzione. La tassazione sostitutiva per i redditi di capitale si giustifica per incentivare gli investimenti di capitale, quella sui canoni di locazione per fare emergere l’amplissimo numero di affitti “in nero”, etc. La disparità di trattamento ha, quindi, una sua ragion d’essere.

Il sistema di tassazione con la flat tax al 25 per cento farebbe sparire di colpo tutte le tassazioni sostitutive e creerebbe una maggiore equità del sistema, ma non può definirsi una riforma che avvantaggia i titolari di redditi più bassi, perché in atto l’aliquota media Irpef per i redditi
sino a 28.000 euro lordi è del 24,86 per cento, senza considerare le detrazioni di imposta di cui beneficia il contribuente che la abbassano ulteriormente. Pertanto, è chiaro che l’introduzione della flat tax, se considerata isolatamente, va ad avvantaggiare i titolare di redditi elevati. Non a caso, la proposta di riforma tocca anche il profilo dei tagli alla spesa, introduce nuove forme di finanziamento di alcuni servizi pubblici e prevede l’introduzione di un trasferimento monetario ai soggetti svantaggiati – il “minimo vitale” – differenziato geograficamente. In conclusione, l’introduzione della tassazione Irpef con aliquota proporzionale non crea problemi di costituzionalità se la progressività viene garantita da un congruo sistema di deduzioni; quindi non ha senso bocciare la proposta dell’Istituto per l’apparente violazione dell’art. 53 Costituzione.  La ragionevolezza della proposta va, invece, valutata nel suo complesso e cioè guardando anche alle misure che potrebbero attuarsi sul fronte della spesa (tagli, rimodulazioni, etc.), in quanto ciò che alla fine potrebbe incidere  sulla scelta di portarne avanti o meno la discussione nelle aule parlamentari è il rispetto del vincolo imprescindibile di effetti nulli sul bilancio pubblico. L’attenuazione della progressività Irpef ormai non fa scandalizzare nessuno, d’altra parte i dati pubblicati dal Ministero dell’economia sulle dichiarazioni dei redditi parlano chiaro: i titolari di redditi elevati sono una piccolissima percentuale dei contribuenti e quindi possiamo affermare che la progressività, per come in concreto vive nel nostro sistema fiscale, è rimasta quasi esclusivamente sulla carta e in particolare nell’art. 11 del DPR n. 917/1986 (TUIR).

 

 

Giuseppe Ingrao
Professore associato di Diritto tributario
Università di Messina

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