Chiesa di San Gregorio. Il ritorno della memoria

Non sono molti i Messinesi che sanno come un  tempo, salendo dall’attuale via Sant’Agostino, sorgeva sul colle della Caperrina, ma più in
basso rispetto all’attuale chiesa di Montalto, il complesso monastico di San Gregorio, che colpiva subito per il settecentesco campanile elicoidale. Gli storici locali riportano che la chiesa, con l’annesso monastero benedettino femminile, fosse stata voluta dal papa Gregorio Magno sui resti di un tempio dedicato a Giove.

Denominata all’inizio “Sancta Maria Monialium” e poi pure “Sancta Maria extra Moenia”, la chiesa era più conosciuta col nome di S. Gregorio, suo presunto fondatore, ma le toccò in sorte la demolizione nel Cinquecento a causa delle nuove mura ordinate dall’imperatore Carlo V: le monache furono costrette ad andarsene e si stabilirono in Calabria. Non lontano dal luogo originario, però, già nel 1542, all’interno delle mura, si cominciò, però, a costruire una nuova chiesa con annesso monastero, ad opera dell’architetto carrarese Andrea Calamech ed una trentina d’anni dopo le monache, tornate dalla Calabria, ritrovarono il monastero, ma non ancora la chiesa, che sarebbe stata riaperta al culto circa un secolo dopo. Di questo e di molto altro si scrive nel bel volume, curato da Giovanni Molonia, “San Gregorio, una chiesa messinese scomparsa” (Messina 2017, pp. 307), voluto dal Rotary Club Messina. Lo studio accurato dei documenti
e la presenza di alcuni reperti al Museo di Messina ha consentito agli studiosi, ben 18, che hanno redatto saggi e schede, non solo di affrontare questioni quali il rapporto tra la chiesa di San Gregorio e il tempio di Giove (Gabriella Tigano), di svolgere interessanti note su quello che fu il più antico monastero femminile di Messina (Giovan Giuseppe Mellusi), ma anche di ricostruire perfettamente l’aspetto di una chiesa e di un monastero oggi non più esistenti (Fulvio Lenzo). Dopo le leggi eversive del 1866 il monastero era stato trasformato nel Museo Civico Peloritano; ma poi esso, assieme alla chiesa, fu in gran parte distrutto dal terremoto del 1908, senza che si pensasse di ricostruirli. Quanto fu recuperato si trova al Museo di Messina e solo una gradinata, quella che dall’attuale via XXIV maggio sale a via dei Templari ricorda ormai questo incantevole tempio. Adesso c’è, però, questo testo a fare memoria sulle straordinarie opere d’arte che nel corso dei secoli furono commissionati da abbadesse e aristocratiche monache del convento: si tratta di mosaici, tavole, affreschi, sculture, marmi, argenti, paliotti, arredi sacri, legni che, seppure in gran parte perduti (solo alcune di queste meraviglie si trovano al Museo di Messina), sono restituiti alla memoria della città dagli studiosi.

Ed ecco Francesca Campagna Cicala occuparsi dei trecenteschi mosaici di San Michele Arcangelo, della “Madonna col Bambino”, detta della Ciambretta e della “Madonna in trono col Bambino”; poi di dipinti su tavola come il quattrocentesco Polittico di Antonello da Messina, il “San Gregorio (o Benedetto) in abiti pontificali tra i Santi Mauro e Placido” di Antonello Riccio, risalente alla seconda metà del Cinquecento, come la “Resurrezione” e l’ “Immacolata Concezione” di Deodato Guinaccia, mentre di qualche decennio prima è l’ “Ultima cena” di Stefano Giordano. Le dolenti note sono quelle che emergono, invece, dall’esame di ciò che fu distrutto dal terremoto del 1908. Giovanni Molonia ci descrive, infatti, una secentesca pala del Guercino e le tele di simile datazione di Antonino Barbalonga e Paolo Filocamo che ebbero avversa la sorte;mentre Gioacchino Barbera discetta sulla perdita di tanti affreschi, solo in minima parte ricavabili da rare immagini d’archivio. Non mancava, tra le meraviglie del tempio di San Gregorio, la scultura, trattata da Alessandra Migliorato, di cui molti esempi si trovano, recuperati, al Museo di Messina, mentre la splendida “Fontana Ruffo”, commissionata nel 1739 a Ignazio Brugnani, è oggi collocata alla Fiera campionaria. Non è meno interessante l’analisi delle decorazioni a mischio (Annalisa Raffa), degli argenti (Grazia Musolino e Giovanni Molonia), di alcuni paliotti (Stefania Lanuzza) e dei legni (Donatella Spagnolo, Elena Ascenti, Giusy Larinà, Giovanni Molonia); nonché delle placchette in osso provenienti da una base porta croce del Monastero (Agostino Giuliano) e della croce dipinta proveniente dal monastero di Santa Barbara, poi allocata al Museo civico del monastero di San Gregorio, esaminata da Donatella Spagnolo. Di “Miracoli e processioni per il trasporto della Ciambretta” ci parla Franco Chillemi, riferendosi al mosaico con l’immagine mariana sito nella tribuna del tempio, staccato, per salvarlo dalla demolizione della chiesa di San Gregorio, resasi necessaria in seguito alla costruzione della nuova cinta muraria della città voluta da Carlo V, e allocato poi nella chiesa di sant’Agostino per un evento miracoloso riferito da Placido Samperi. Ed eccoci alle preziose notizie che Alba Crea fornisce sui concerti organizzati con grande sfarzo in San Gregorio con la partecipazione di nobili monache appartenenti ai più potenti casati messinesi che così si autocelebravano; e al ruolo esercitato nel monastero dalle donne di casa Ruffo e famiglie collegate che vivevano come monache nel monastero (Maria Concetta Calabrese). Dei danni provocati, in generale, alle opere d’arte custodite nel Museo Civico allocato, come sappiamo, nel monastero di San Gregorio, ci parla ancora Giovanni Molonia; mentre Michela D’Angelo ci propone la visione di San Gregorio nei diari di viaggio di tedeschi, inglesi, francesi e russi, nelle guide per viaggiatori e nella descrizione degli storici locali.

Non manca in questo volume, degno di stare nelle biblioteche dei messinesi che amano la loro città un’appendice, redatta da Francesca Puca, che esamina il “Libro dei Conti” (introiti e uscite) del monastero, perfettamente allineato, nel tempo, alla condizione sociale e politica vissuta dalla città peloritana.

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