Isole Eolie, esplode la guerra del cappero

Il cappero delle Eolie diventerà Dop. La domanda di registrazione è già stata inoltrata. Il 19 luglio, il Ministero delle Politiche Agricole d’intesa con la Regione Siciliana, ha fissato una riunione di pubblico accertamento per la lettura del disciplinare. “Quello raggiunto dalla nostra associazione è un traguardo storico” afferma con orgoglio Aldo Natoli, il presidente dell’ associazione <<Cappero delle Isole Eolie Dop>>. “Inseguiamo questo prestigioso riconoscimento da oltre un anno, fin dal giorno della fondazione del nostro gruppo (giugno del 2016) –continua Natoli- adesso potremo proteggere il nostro prodotto d’eccellenza dalle contraffazioni e promuovere lo sviluppo economico di tutto l’arcipelago”.

Il Dop infatti, recherà in dote un disciplinare di produzione che obbligherà le aziende a curare in loco, non solo la coltivazione ma anche la lavorazione e il confezionamento. “Il marchio creerà nuovi posti di lavoro necessari al completamento della filiera e avrà il merito di valorizzare e diffondere le nostre risorse e tradizioni locali. Senza contare che grazie all’assistenza fornita ai coltivatori, il cappero delle Eolie raggiungerà un livello qualitativo sempre maggiore”. così immediato. Dopo la lettura del disciplinare, la richiesta dovrà essere sottoposta al vaglio di Bruxelles. L’Ue dovrebbe impiegare non più di un anno per ratificare il tutto. L’associazione si dice comunque fiduciosa, forte anche dei precedenti via libera della Regione e del Ministero. Il gioco vale la candela: in un contesto di crisi agricola e progressivo abbandono delle superfici coltivate, il Dop rappresenterebbe un argine contro lo spopolamento del territorio e un incentivo per le giovani generazioni. Ma per Natoli, il marchio del cappero è solo l’inizio: “Non intendo limitarmi a questo. Ho un sogno nel cassetto che spero di realizzare. Vorrei ottenere un riconoscimento anche per il nostro olio”. Gli ulivi dell’arcipelago hanno delle peculiarità che lo rendono unico nel suo genere, ma manca un frantoio che permetta ai coltivatori la produzione in loco. “Per la realizzazione della struttura –continua Natoli- puntiamo molto sui fondi messi a disposizione dalla Regione per lo sviluppo rurale. Forse un giorno, sui nostri scaffali potrete trovare l’olio extravergine d’oliva Dop delle Eolie”. Ma non è tutto profumi e balocchi. Il riconoscimento del Dop al cappero delle Eolie sta sollevando un polverone. Parte dei coltivatori di Salina (alcuni fanno parte dell’associazione) vedono nel marchio una potenziale delegittimazione del prodotto dell’isola, già presidio Slow Food, conosciuto in tutto il mondo come “cappero di Salina” e non di tutte le Eolie. La richiesta è alle stelle, tanto che il prodotto viene venduto ancora prima di essere raccolto. “Non comprendo le rimostranze dei nostri vicini –continua Natoli- il Dop dovrebbe unire e non dividere. Mi creda sono davvero costernato per questo muro contro muro e ribadisco che la nostra associazione è sempre aperta al dialogo”.

I dissidenti tuttavia ne fanno una questione di peculiarità: secondo quest’ultimi il cappero di Salina, rispetto a quello di Lipari, è molto diverso, nonostante la distanza minima (un chilometro e mezzo) tra le due isole. Sostengono inoltre, che l’intera produzione dell’intero arcipelago è appena un decimo di quella realizzata a Salina. “Per quanto riguarda le caratteristiche –sostiene il presidente – posso affermare con assoluta certezza che non esistono differenze. Sono stati condotti studi accurati che hanno dimostrato che il cappero è identico in tutte le isole. Anzi le dirò di più: è stato accertato che il cappero Igp di Pantelleria è una variante di quello eoliano”. Salina, o almeno una parte di essa, ha deciso di percorrere un’altra strada. Per il suo cappero punterà al marchio Igp. Si tratta del secondo tentativo. Il primo risale alla fine degli anni ’80: sembrava tutto pronto ma al momento della ratifica, due aziende si tirarono indietro perché sprovviste delle 500mila lire necessarie al completamento della documentazione. Secondo l’associazione invece, l’approvazione del marchio arrecherà solo vantaggi: oltre al disciplinare di produzione e un aumento del prezzo di vendita, il Dop proteggerà i capperi eoliani da quelli spagnoli, marocchini, tunisini ed afghani di qualità notevolmente inferiore. Esiste una soluzione che metta tutti d’accordo? “A scanso di equivoci –conclude Natoli- sopra ogni etichetta, il produttore potrà riportare il nome dell’azienda e l’isola di coltivazione: cappero Dop delle Eolie (Salina, Lipari, Filicudi, etc…)”. I capperi di Pantelleria vengon su in “aridocoltura”. Che l’acqua in Sicilia scarseggi non lo scopriamo oggi. Nelle isole minori però, la situazione è ancor più drammatica. E se l’acqua manca per i bisogni primari, figuriamoci per l’ agricoltura. Una soluzione tuttavia viene offerta dal progresso tecnologico: nell’ultimo decennio sono state sperimentate tecniche innovative che puntano a salvaguardare le risorse idriche. Prima fra tutte la micro irrigazione: una distribuzione a bassa pressione che irrora solo in prossimità delle piante. Ma la nuova frontiera è l’ “aridocoltura”, utilizzata prevalentemente nei campi del Sud Italia, che sfrutta solo l’acqua piovana, captata attraverso una fitta rete, stipandola in contenitori (quasi sempre sotterranei) posizionati in prossimità delle aziende agricole.

A Pantelleria, di questa tecnica riconosciuta come patrimonio dell’Unesco, si è fatto di necessità virtù. L’isola, nonostante non possegga fonti di acqua sorgiva, riesce a produrre il cappero di Pantelleria e il moscato per il Passito tramite l’aridocoltura. Due prodotti rinomati a livello mondiale.

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