Dipendenti pubblici? Abbiamo i più cari d’Italia

Manca il dato di Messina, ma non quello della provincia dove il comune più spendaccione è Pettineo con il 60,28% (17esimo), segue Alì con il 59,83% (19esimo), San Fratello con il 59,81% (20esimo) e Merì con il 59,81% (21esimo). Basicò e Ficarra superano il 57% e si piazzano in 31esima e 32esima posizione. Nuova puntata sui conti colabrodo della Regione Sicilia.

A fare le pulci a Palazzo d’Orleans questa volta ci ha pensato la Ragioneria generale dello Stato, che con il suo ultimo rapporto ha posto l’accento sul costo abnorme dei dipendenti regionali. La retribuzione media di 39 mila euro l’anno, supera di ben 9mila euro quella dei colleghi ministeriali. Il confronto risulta impietoso anche rispetto alle altre regioni a statuto speciale, che come la Sicilia, godono di maglia larga in fatto di spesa: queste ultime limitano la retribuzione a 35mila euro (mentre gli impiegati delle regioni a statuto ordinario si fermano a 29mila). Come se non bastasse, ai maxi stipendi si aggiungono anche i trattamenti pensionistici visto che la Sicilia è l’ unica regione italiana a farsi carico della previdenza dei propri dipendenti. Eppure, con tutte le cautele del caso, la Regione qualche sforbiciata l’ha operata. Lo riporta la Corte dei Conti: al 31 dicembre 2016, i dipendenti regionali a tempo indeterminato sono risultati 767 in meno rispetto all’anno precedente, per un totale di13372. I dirigenti invece, 150 in meno, per un totale di 1411. Ma il rapporto tra quadri e personale resta elevatissimo: uno ogni 9 dipendenti contro 1/13 della Lombardia e 1/15 del Lazio. All’esercito degli indeterminati vanno ad aggiungersi i cosiddetti esterni (a tempo determinato): 656 unità, 15 in più rispetto al 2015. Totale di spesa 629 milioni (diminuita di 66 milioni rispetto al 2015), a cui si sommano i trattamenti pensionistici che pesano per 610 milioni. Il dato in questo caso è in crescita visto che l’anno precedente era di “soli” 584 milioni. Sfoltire è un taboo: nessun governo sembra avere il coraggio e soprattutto la voglia di condurre una battaglia così “anti-elettorale”. Continueremo a fregiarci del triste vanto di possedere un
quarto di tutti i dipendenti regionali d’ Italia e un terzo di tutti i dirigenti. E non dimentichiamo le 45304 unità di personale della sanità, le 23487 della forestazione, le 7113 delle partecipate, gli ex Pip, gli Asu, i Consorzi di bonifica, la Resais, i dipendenti della formazione e tutti quelli delle agenzie finanziate dalla Regione. Se non è clientelismo questo…

Banca d’ Italia comunica che nel 2016, il debito che è gravato sugli Enti locali siciliani si è attestato sui 6,4 miliardi di euro. E’ valso il 7,3% del Pil regionale. Il fatto che rispetto al 2015 sia calato del 3,8% non fa ben sperare. Siamo ancora lontani dal 5,3% della media nazionale. L’istituto di Via Nazionale ha fatto chiarezza sull’entità delle uscite e delle entrate nel triennio 2012-2015. La spesa totale delle Amministrazioni locali siciliane (incluse Regione, Asl e altri Enti), oltre ad essere diminuita del 3,6%, risulta minore rispetto alla media nazionale: 3367 euro pro capite contro i 3482 del resto d’Italia. Ad incidere maggiormente sono gli investimenti per capitali fissi, le opere immobiliari, i beni mobili e i macchinari. Altra quota significativa è rappresentata dal costo del personale degli enti: 47195 euro ad addetto per 1218 euro ad abitante. Benino le spese. Molto male le entrate. Le tasse comunali hanno fatto registrare una contrazione dell’ 1,5%, mentre quelle extra-tributarie sono cresciute di circa il 2%. Il vero crollo riguarda il capitolo finanziamenti: giù del 10%. Fortuna che in soccorso delle disastrate casse delle amministrazioni sono arrivati i Patti per le Città Metropolitane (771 milioni per Palermo, 739 per Catania e 778 per Messina) destinati a colmare i gap infrastrutturali e ambientali e a promuovere il turismo e gli eventi culturali. Un’ altra importante risorsa è rappresentata dall’ imposta di soggiorno, richiesta ai soggetti non residenti che scelgono di sostare in uno dei 42 Comuni che la prevedono. Nel 2015 ha generato entrate pari a circa 8,6 milioni di euro. Sessanta comuni siciliani su 400 (1 su 7) riserva più della metà delle sue spese correnti in stipendi e contributi ai propri dipendenti. A comunicarlo è un’indagine di Openpolis. In cima alla classifica delle 14 città più popolose d’Italia c’è Palermo che al suo personale destina il 37% della spesa corrente. L’amministrazione Bianco a Catania invece, è tra le più virtuose: si piazza al penultimo posto con solo il 21,45%. Gli altri capoluoghi siciliani si attestano tutti sotto il 30% (la media nazionale è del 31,8%), fatta eccezione per Enna che spende il 35,72%: Ragusa è al 29,68%, Trapani al 27,9%, Caltanissetta al 27,67%, Siracusa al 27,05%, Agrigento al 24,77%.

Il dato di Messina non è disponibile. Ma la Sicilia nella classifica è onnipresente: la chiude con Lampedusa che è il comune meno sprecone (solo il 14,13%), ma ne piazza ben 4 in top ten. Salaparuta, paesino di 1600 anime in provincia di Trapani, riserva ai suoi dipendenti il 66,27% della spesa (il terzo in Italia); segue Buscemi nel Siracusano, che spende il 65,5% (quinto); Poggioreale, sempre nel Trapanese, il 62,85% (nona) e Comitini nell’ Agrigentino, il 62,56% (decima). In testa c’è Fossa, in provincia dell’ Aquila, con il 71,2%.

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